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Anna Valeria Frigerio

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Fili invisibili

Ciò che è stato, ancora sarà

Ci sono posti in cui entro per la prima volta e in cui so dove porta il corridoio. Non ho una spiegazione, e ho smesso di cercarne una che regga in un discorso serio.

Da bambina avevo un’ossessione che nessuno in famiglia riusciva a farsi passare, per un paese lontano, una lingua che nessuno intorno a me parlava, un’epoca di cui non avrei potuto sapere niente. Non era la passione di chi ha visto un documentario: era una nostalgia, che è un sentimento che i bambini non dovrebbero avere per posti in cui non sono mai stati. Ho passato anni a studiare cose che non servivano a niente, con l’urgenza di chi deve recuperare un ritardo.

Non ci ho più pensato per moltissimo tempo, poi ho cominciato a fare sogni che non somigliavano ai sogni. I sogni normali si sfilacciano appena apri gli occhi, restano due immagini e un’atmosfera. Questi avevano dettagli in eccesso: la disposizione degli oggetti in una stanza, il tipo di luce a una certa ora, la sensazione di un tessuto, il modo in cui una porta si apriva. E soprattutto avevano un tratto che i sogni non hanno quasi mai, cioè la coerenza. Tornavano, e tornando aggiungevano particolari invece di perderli, come succede ai ricordi veri quando li si rifrequenta.

Poi mi è capitata la cosa che mi ha messo più in difficoltà, ed è successa da sveglia. Sono entrata in un posto in cui non ero mai stata e sapevo dove portava il corridoio. Non l’ho pensato, l’ho fatto: ho girato l’angolo giusto senza guardare le indicazioni, con quella disinvoltura che si ha solo nei luoghi in cui si abita. Mi sono fermata a metà del gesto, e la sensazione che mi è rimasta addosso non era stupore, era imbarazzo, come quando ti accorgi di aver risposto a qualcuno che non ti aveva chiamato.

L’idea che le anime tornino non l’ho mai considerata una contabilità. Non credo a un registro in cui si accumulano crediti e debiti da saldare in una prossima esistenza, e trovo che quella versione, che è poi quella che circola di più, sia una brutta traduzione di qualcosa di più semplice: che la materia di cui siamo fatti abbia una continuità, e che ciò che si impara non vada perduto. Non tornerebbero i fatti — i fatti sono legati a un corpo, a una lingua, a un secolo, e con quelli finiscono. Tornerebbero le competenze e le paure. Il talento inspiegabile di un bambino per uno strumento che nessuno in casa ha mai suonato, il terrore inspiegabile dell’acqua in chi non è mai annegato, la familiarità con una geografia mai attraversata.

Le obiezioni le tengo in vista, perché tenerle in vista è l’unico modo per non diventare ridicola. La più solida è la criptomnesia: abbiamo visto, letto, sentito enormemente più di quanto ricordiamo, e il cervello archivia senza etichetta, così una fotografia intravista a otto anni può riemergere a quaranta come conoscenza di un posto in cui non siamo mai stati. C’è poi il fatto che il ricordo non è una registrazione ma una ricostruzione, e che ogni volta che lo richiamiamo lo riscriviamo un poco, aggiungendo dettagli che ci sembrano recuperati e che invece li stiamo fabbricando adesso. Sono spiegazioni oneste e credo che copra molti casi, forse quasi tutti.

Ho avuto la possibilità di andare a fondo per la via che va di moda, cioè la regressione sotto ipnosi, e ho deciso di non farlo. Per due ragioni. La prima è tecnica: uno stato di suggestione è esattamente la condizione in cui la mente produce con più facilità materiale convincente, quindi qualunque cosa fosse emersa non avrebbe dimostrato niente, avrebbe solo aggiunto immagini più vivide a un dubbio già ingombrante. La seconda è che non ho bisogno di quella prova, e che cercarla sarebbe un modo per non fidarmi di quello che già so.

Perché la verità è che non mi interessa stabilire se sia successo. Mi interessa che funzioni. Il pensiero che qualcosa continui, che questa vita sia un tratto e non l’intero percorso, ha su di me un effetto molto concreto e per niente consolatorio: mi toglie ogni alibi sulla fretta. Se tutto finisse qui, potrei anche accontentarmi di gestire la mia parte e portarla in fondo con decoro. Se invece quello che non risolvo mi aspetta più avanti, allora il lavoro va fatto adesso, e le cose lasciate a metà restano lì a segnare il posto.

Ci sono due parole nell’Ecclesiaste che mi tornano in mente da anni, ciò che è stato ancora sarà, e non riesco a leggerle come una condanna alla ripetizione. Le leggo come una descrizione: le cose tornano perché non hanno finito, e finiscono di tornare quando abbiamo capito. Ogni inizio, in fondo, è soltanto il seguito di qualcosa.