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Anna Valeria Frigerio

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L'incontro con l'Altro

Ci scegliamo con il naso

Molto prima che la mente formuli un giudizio, qualcosa in noi ha già deciso di avvicinarsi o di arretrare.

Respirare è la prima cosa che facciamo quando arriviamo al mondo ed è l’ultima che smettiamo di fare quando ce ne andiamo, e in mezzo, tra quei due respiri, c’è tutta una vita passata ad annusare il mondo senza quasi mai accorgercene. L’olfatto è il senso di cui parliamo meno e quello che nessuno pensa di allenare; eppure è il solo che non passa dalla ragione prima di arrivare a destinazione, il solo che non si lascia educare, che non chiede permesso e che non aspetta il nostro consenso per formulare la sua sentenza. Arriva, entra, e quando la mente si presenta per dire la sua trova il lavoro già fatto.

Curiosamente la lingua se n’era accorta molto prima di noi, e gli ha riservato uno dei complimenti più belli che si possano fare a qualcuno: «che fiuto che hai». Non lo diciamo a chi ha un naso raffinato, lo diciamo a chi ha capito prima degli altri, a chi ha sentito una cosa quando non era ancora visibile a nessuno. Avere fiuto per gli affari, per le persone, per le occasioni: in tutte queste espressioni il naso non è un organo, è una forma di intelligenza anticipata, e nessuno si sogna di considerarla una qualità minore. Trovo notevole che per indicare la comprensione più rapida di cui siamo capaci abbiamo scelto proprio il senso che diciamo di non usare.

Che gran parte delle mie simpatie e delle mie diffidenze immediate non nascesse dove credevo l’ho sempre saputo, anche se per molto tempo non avrei saputo dirlo con parole mie. Mi raccontavo di essere una che valuta, che osserva, che si fa un’idea; e intanto sentivo benissimo che l’idea era già arrivata prima, in una frazione di secondo, mentre stringevo una mano o mi sedevo accanto a qualcuno su un divano troppo stretto. Quello che facevo dopo non era giudicare: era costruire le motivazioni di una decisione presa altrove. È un meccanismo che mi ha sempre incuriosita perché è imbarazzante nella sua onestà. Diciamo «non mi convince», «ha qualcosa che non mi torna», «non so spiegarti perché ma non mi fido», e crediamo di star esprimendo un’opinione; stiamo riportando un dato sensoriale travestito da pensiero.

C’è una frase che ho sentito dire tempo fa e che mi è rimasta addosso più di quanto immaginassi: gli odori attraggono o allontanano le persone, ed è qualcosa che non si può controllare. Sul momento mi era sembrata una curiosità simpatica, quasi un aneddoto da raccontare a cena. Poi ho cominciato a osservare le persone che mi sono state vicine a lungo e quelle che, per quanto interessanti, non sono mai riuscite a superare una certa distanza, e mi sono accorta che la spiegazione razionale che avevo sempre dato — caratteri diversi, valori distanti, poco tempo — non copriva nemmeno metà dei casi. Alcune persone perbene, intelligenti, gentili con me, non mi hanno mai fatto venire voglia di restare nella stessa stanza. Altre, apparentemente lontanissime da me per età, cultura, modo di stare al mondo, mi hanno fatto sentire a casa nel giro di venti minuti. Se dovessi spiegarlo con la logica non ne verrei fuori. Se ammetto che una parte della decisione è avvenuta al buio, senza di me, allora tutto torna.

Non è una teoria e non ho intenzione di venderla come tale. Chi studia queste cose sa che dietro c’è una faccenda antica, precedente al linguaggio, che serviva a farci riconoscere i simili, il cibo buono, il pericolo, il sangue dello stesso sangue; e sa anche che quello che chiamiamo intuizione, molto spesso, è semplicemente un’informazione arrivata da un canale che non abbiamo imparato a nominare. Quello che mi interessa non è la spiegazione, è la conseguenza pratica, perché di conseguenze pratiche questa faccenda ne ha parecchie e nessuna è comoda.

La prima è che smettiamo di trattare le nostre antipatie come verdetti morali. Se qualcuno mi respinge per ragioni che stanno sotto la soglia della coscienza, quel qualcuno non è cattivo e io non sono una persona superficiale: siamo semplicemente due chimiche che non si accordano, e non c’è niente da riparare. Ho perso una quantità di tempo a colpevolizzarmi per non riuscire ad affezionarmi a persone che avrebbero meritato il mio affetto, e a chiedermi cosa ci fosse di sbagliato in me, quando la risposta più probabile era che non ci fosse assolutamente niente di sbagliato in nessuna delle due.

Vale però anche al rovescio, e al rovescio pesa. Se accolgo l’idea che ci si sceglie prima di conoscersi, devo accettare anche che qualcuno, in questo preciso momento, sta arretrando da me senza sapere perché, e che nessuna delle mie qualità potrà farci niente. È una cosa che fa male da ammettere, soprattutto a chi come me ha passato una vita a pensare che con abbastanza attenzione, abbastanza calore, abbastanza presenza, ogni distanza si potesse colmare. Non è vero. Alcune distanze non sono un problema da risolvere: sono un’informazione.

Detto tutto questo, il fiuto va ascoltato e non venerato, e su questo divento noiosa persino con me stessa. L’ho visto usare troppe volte come alibi. «Non mi dà buone vibrazioni» è diventata la formula con cui liquidiamo chiunque ci costringa a metterci in discussione, e la pancia — chiamiamola così — non distingue tra ciò che è pericoloso e ciò che è semplicemente nuovo, tra la persona che ci farà male e la persona che ci somiglia in un punto che non vogliamo guardare. Ho imparato a fare una cosa sola, e la faccio con una certa disciplina: registro la sensazione senza discuterla, la scrivo da qualche parte, e poi le do tempo. Se dopo tre incontri è ancora lì, identica, allora le credo. Se si è sciolta, era paura e non era fiuto.

Resta il fatto, e lo trovo bellissimo, che il senso più antico che abbiamo sia anche quello che ci mette meno a decidere di chi fidarci. Non guardiamo una persona e poi decidiamo: la respiriamo. E chi arriva davvero — quelli pochi, quelli che restano, quelli che non abbiamo scelto con la testa — arriva sempre attraverso una porta che non sapevamo di aver lasciato aperta.