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Anna Valeria Frigerio

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Il simbolismo

Cos'è un simbolo?

Un simbolo non spiega: apre. È un ponte tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo.

Ne sentiamo tanto parlare ma che cos’è, davvero, un simbolo?

Ci sono esperienze che le parole riescono appena a sfiorare, intuizioni, incontri, trasformazioni interiori che sfuggono alle definizioni egni volta che proviamo a racchiuderle in una spiegazione precisa sembra che perdano qualcosa della loro forza. È come cercare di trattenere l’acqua tra le mani: più stringiamo il pugno, più ci sfugge.

Per me tutto comincia proprio lì, sulla soglia di ciò che non riusciamo a dire completamente. È lì che nasce il simbolo, come un invito a varcare quella porta socchiusa che non ci obbliga a entrare, ma ci suggerisce che dall’altra parte potrebbe esserci qualcosa che vale la pena esplorare.

Non ho mai pensato che i simboli fossero enigmi da risolvere, li sento piuttosto come una lingua diversa, capace di parlare alla memoria, all’intuizione e a quella parte più silenziosa di noi che, qualche volta, anzi, spesso, comprende molto prima che la mente riesca a trovare le parole.

Non li cerco, sono loro a trovare me e quando li trovo li osservo e li accolgo, li ascolto. Una luna, una finestra lasciata aperta, una fotografia dimenticata in un cassetto, un profumo, una canzone precisa in un momento preciso, un numero, una porta socchiusa, l’acqua, un ponte, perfino un animale incontrato nel momento meno previsto.

Sono elementi semplici che incontriamo ogni giorno senza soffermarci troppo, eppure, basta cambiare il modo di guardare perché smettano di essere soltanto ciò che vediamo e si trasformino in altro. Continuano a essere una luna, una fotografia o una finestra, ma iniziano anche a suggerire qualcosa che non può essere spiegato fino in fondo.

Un simbolo non impone mai una (sola) verità, non costringe, non dimostra ma mostra non mostrando. È come una luce che illumina appena un sentiero nel bosco abbastanza da farci intuire che una strada esiste, ma non così tanto da impedirci di scoprirla da soli.

Mi piace molto parlare per simboli, lo sento mio, non invade il lettore e non gli dice che cosa deve pensare ma gli lascia uno spazio libero perché un simbolo non nasce per essere decifrato una volta per tutte, ma per continuare a generare senso.

Viviamo in un tempo che pretende spiegazioni per ogni cosa, tutto deve essere immediatamente comprensibile, definito, catalogato. Eppure alcune delle esperienze più importanti della nostra vita non si lasciano spiegare. È questo che amo del simbolo: non mostra tutto, lascia sempre qualcosa in ombra che non deve essere interpretata come una mancanza, ma come uno spazio di libertà e azione. Il simbolo ci invita ad avvicinarci senza pretendere di possedere ciò che abbiamo davanti. Suggerisce, ma non arriva a conclusione perché invece apre e ogni volta che crediamo di averne compreso il significato, ci accorgiamo che ha ancora qualcosa da raccontarci.

Quando scrivo non costruisco simboli da interpretare, cerco invece di lasciare immagini da abitare e interpretare, finestre aperte, soglie, porte socchiuse. Mi piace pensare che ogni lettore le attraversi in modo diverso, perché la letteratura, proprio come la vita, diventa davvero feconda quando non pretende di dire tutto, quando lascia a ciascuno la libertà di riconoscere, dentro la stessa immagine, una verità che nessun altro avrebbe potuto vedere allo stesso modo.