Cos'è un simbolo?
Un simbolo non spiega: apre. È un ponte tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo.
Ne sentiamo parlare spesso, ma che cos’è davvero un simbolo?
Ci sono esperienze che le parole riescono appena a sfiorare. Intuizioni, incontri, trasformazioni interiori che sfuggono alle definizioni: ogni volta che proviamo a racchiuderle in una spiegazione precisa sembra che perdano qualcosa della loro forza. È come cercare di trattenere l’acqua tra le mani: più stringiamo il pugno, più ci sfugge. Eppure l’acqua non è andata da nessuna parte. È ancora lì, intorno a noi, dentro il bicchiere, nel fiume, nella pioggia di ieri: semplicemente non era una cosa da tenere in pugno.
Per me tutto comincia proprio lì, sulla soglia di ciò che non riusciamo a dire completamente. È lì che nasce il simbolo, come un invito a varcare quella porta socchiusa che non ci obbliga a entrare, ma ci suggerisce che dall’altra parte potrebbe esserci qualcosa che vale la pena esplorare.
Un segno e un simbolo non sono la stessa cosa, anche se continuiamo a confonderli. Un segno indica una cosa sola, e ha finito il suo lavoro nell’istante in cui l’abbiamo capito: una freccia su un cartello, il rosso di un semaforo, la lettera H su un rubinetto. Nessuno torna a guardare un cartello stradale per scoprirci dentro un significato nuovo. Il simbolo funziona all’incontrario: non si esaurisce quando lo comprendiamo, è allora che comincia.
Non ho mai pensato che i simboli fossero enigmi da risolvere. Li sento piuttosto come una lingua diversa, capace di parlare alla memoria, all’intuizione e a quella parte più silenziosa di noi che qualche volta — anzi, spesso — comprende molto prima che la mente riesca a trovare le parole. Del resto è la lingua in cui pensiamo di notte. Nessuno sogna concetti: sogniamo case, scale, animali, acqua, persone che non vediamo da anni e che nel sogno ci parlano come se fosse ovvio. Al risveglio proviamo a raccontarlo, e il racconto è sempre più povero dell’immagine. Non perché ricordiamo male, ma perché stiamo traducendo da una lingua che non ha grammatica in una che pretende di averne una.
Non li cerco, sono loro a trovare me. E quando mi trovano li osservo, li accolgo, li ascolto. Una luna, una finestra lasciata aperta, una fotografia dimenticata in un cassetto, un profumo, una canzone precisa in un momento preciso, un numero, una porta socchiusa, l’acqua, un ponte, perfino un animale incontrato quando meno lo aspettavo.
Sono elementi semplici, che incontriamo ogni giorno senza soffermarci troppo. Eppure basta cambiare il modo di guardare perché smettano di essere soltanto ciò che vediamo e si trasformino in altro. Continuano a essere una luna, una fotografia o una finestra, ma iniziano anche a suggerire qualcosa che non può essere spiegato fino in fondo.
Vi è mai capitato di accendere la radio e sentire arrivare, esattamente in quel momento, l’unica canzone che non avreste voluto o che vi serviva sentire? Razionalmente sappiamo tutti come funziona: le canzoni in rotazione sono poche, le probabilità non sono così straordinarie, e in altri mille momenti la stessa canzone è passata senza che ce ne accorgessimo. Solo che quella volta ce ne siamo accorti. E il punto non è se il caso ci abbia mandato un messaggio: il punto è che noi eravamo pronti a riceverlo. Il simbolo non aggiunge niente al mondo. Aggiunge qualcosa al nostro modo di stare dentro il mondo, che è un’altra cosa e forse è di più.
C’è anche un’altra cosa che ho imparato a riconoscere, e riguarda i tempi. Un simbolo non si consegna tutto insieme. A volte un oggetto ci resta accanto per anni senza dirci niente di particolare, e poi un giorno, di colpo, diventa illeggibile in tutti i sensi: non riusciamo più a guardarlo come prima e non riusciamo ancora a spiegarci perché. La chiave di una casa in cui non abitiamo più, un biglietto conservato senza motivo, il nome di un luogo che a vent’anni era soltanto un nome. Non è cambiato l’oggetto: è cambiato chi lo guarda. Ed è forse la prova più netta che i simboli non stanno nelle cose. Stanno nell’incontro tra le cose e noi, e per questo continuano a modificarsi finché siamo vivi.
Un simbolo non impone mai una sola verità. Non costringe, non dimostra: mostra non mostrando. È come una luce che illumina appena un sentiero nel bosco, quanto basta per farci capire che una strada esiste, ma non tanto da impedirci di scoprirla da soli. Se illuminasse tutto, la strada non sarebbe più nostra: sarebbe soltanto un percorso segnalato, e la differenza tra camminare e essere condotti è la differenza tra un’esperienza e un’istruzione.
Mi piace molto parlare per simboli, lo sento mio. Non invade il lettore, non gli dice che cosa deve pensare, gli lascia uno spazio libero — perché un simbolo non nasce per essere decifrato una volta per tutte, ma per continuare a generare senso.
Viviamo in un tempo che pretende spiegazioni per ogni cosa. Tutto deve essere immediatamente comprensibile, definito, catalogato, possibilmente riassumibile in una riga. Eppure alcune delle esperienze più importanti della nostra vita non si lasciano spiegare, e non per un nostro difetto di vocabolario: è la loro natura. È questo che amo del simbolo. Non mostra tutto, lascia sempre qualcosa in ombra, e quell’ombra non è una mancanza ma uno spazio di libertà e di azione. Il simbolo ci invita ad avvicinarci senza pretendere di possedere ciò che abbiamo davanti. Suggerisce e non conclude, perché non è fatto per chiudere ma per aprire, e ogni volta che crediamo di averne compreso il significato ci accorgiamo che ha ancora qualcosa da raccontarci.
Quando scrivo non costruisco simboli da interpretare. Cerco invece di lasciare immagini da abitare: finestre aperte, soglie, porte socchiuse. Non sempre so che cosa contengono, e ho imparato a non chiedermelo troppo presto — a volte capisco che cosa avevo messo dentro un’immagine soltanto molti mesi dopo averla scritta. Mi piace pensare che ogni lettore le attraversi in modo diverso, e mi è capitato di scoprire che dentro una mia finestra qualcuno aveva visto una cosa che io non ci avevo messo. Non è un fraintendimento: è esattamente il punto. La sua verità non è meno vera della mia, e nessuno dei due la possiede.
Perché la letteratura, proprio come la vita, diventa davvero feconda quando non pretende di dire tutto. Quando lascia a ciascuno la libertà di riconoscere, dentro la stessa immagine, una verità che nessun altro avrebbe potuto vedere allo stesso modo.