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Anna Valeria Frigerio

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Fili invisibili

Gli appuntamenti mancati

Il dolore più lungo che ho conosciuto non riguarda ciò che è finito. Riguarda ciò che è stato riconosciuto e non ha potuto avere luogo.

Sono relativamente attrezzata per le cose che finiscono. Una storia che si chiude fa malissimo, ma ha una forma: ci sono i fatti, c’è una data, ci sono cose da restituire, e nel tempo si trova il modo di raccontarla, prima a se stessi e poi agli altri. Quello per cui non ero attrezzata è un’altra faccenda: le persone riconosciute e mai avute. Quelle con cui c’è stato il riconoscimento e non l’incontro.

Prende forme diverse. C’è la persona giusta arrivata nell’ora sbagliata, quando una delle due vite era già impegnata altrove o troppo fragile per reggere. C’è quella che si è ritirata di colpo, senza spiegare, lasciando una porta chiusa a cui si continua a bussare per anni. C’è quella con cui non si è mai andati oltre una soglia, per pudore, per paura, per convenienza, e con cui è rimasto tutto sospeso in una zona in cui non è successo niente e non si è potuto dimenticare niente. E c’è la peggiore, quella in cui ci si è ritrovati troppo tardi, quando la vita dell’altro era già finita.

Il tratto comune è che questo tipo di dolore non ha nessun diritto riconosciuto. Chi perde un amore può dire che ha perso un amore e ricevere una telefonata, una cena, la comprensione generale. Chi si porta dietro una storia che non è mai cominciata non ha niente da dichiarare: tecnicamente non è successo nulla, non ci sono fatti da elencare, e nel momento in cui prova a spiegarlo si sente rispondere che sta dando troppo peso a poco, o che se l’è immaginata. È la risposta più devastante che si possa dare a una persona, perché non nega un gesto, nega la sua capacità di percepire.

Per molto tempo ho creduto che il compito fosse trovare una spiegazione, e ho fatto quello che fanno tutti: ho ricostruito, ho ripercorso, ho cercato il punto in cui qualcosa si era rotto, ho immaginato conversazioni chiarificatrici in cui l’altro finalmente diceva la sua parte. Non funziona. Non perché sia sbagliato desiderare una spiegazione, ma perché la spiegazione, quando arriva, arriva quasi sempre in ritardo e più piccola di come l’avevamo immaginata, e quando non arriva bisogna comunque poter chiudere.

Si può chiudere da soli, ed è una delle poche competenze che considero davvero acquisite. È un atto unilaterale, non richiede il consenso dell’altro e non ha bisogno di testimoni: consiste nel riconoscere che quella storia è esistita davvero, che il riconoscimento c’è stato e non è stato un abbaglio, e che tuttavia si ferma qui. Non è dimenticare e non è nemmeno perdonare. È smettere di tenere aperto un tavolo apparecchiato per qualcuno che non verrà.

C’è però una cosa che rende questo pezzo meno triste di come è cominciato. Ho smesso di considerare gli appuntamenti mancati degli errori del sistema. Le stesse persone, incontrate dieci anni prima o dieci anni dopo, non avrebbero prodotto niente, e in molti casi il legame ha potuto avere quella intensità proprio perché non ha dovuto sostenere la prova della quotidianità, delle bollette, delle abitudini, del vedersi tutti i giorni. Non lo dico per consolarmi: lo dico perché quando faccio i conti onestamente vedo che alcune di quelle storie, realizzate, sarebbero durate un anno e mezzo, e invece così sono durate tutta la vita.

Il che porta con sé un rischio che voglio nominare, perché è l’unico argomento serio contro tutto quello che ho scritto qui. Un amore impossibile è comodissimo: non delude mai, non invecchia, non lascia i calzini per terra, e permette di considerarsi profondamente capaci di sentimento pur non avendo mai messo niente in gioco. Chi si affeziona alle assenze finisce per preferirle alle presenze, che sono ingombranti e imperfette, e a quel punto non sta più vivendo una storia interrotta, sta usando una storia interrotta per non viverne altre. Me lo sono chiesto più di una volta e non sono sicura di essere sempre stata dalla parte giusta.

Detto questo, e tenendo tutto il resto, continuo a credere che certi incontri siano appuntamenti veri anche quando nessuno dei due si presenta. Che due anime possano riconoscersi soltanto per farsi sapere l’una dell’altra, e che questo, per quanto sembri poco, sia già un fatto compiuto. Non tutte le persone che si riconoscono sono destinate a camminare insieme. Alcune si incontrano per dire soltanto: esisti anche tu, ci siamo visti, non era un’invenzione.