Gli uomini accanto
Nei miei libri ci sono uomini che tengono e uomini che disperdono. La differenza non sta in cosa fanno, sta in come stanno accanto a una donna che sta cambiando.
Mi capita di sentir dire che scrivo storie di donne, e in parte è vero, ma sarebbe più esatto dire che scrivo storie di donne osservate anche attraverso gli uomini che hanno accanto. Sono figure meno appariscenti delle protagoniste, spesso silenziose, e quasi sempre decisive.
La prima categoria è quella degli uomini che tengono. Tazio, in La mia Itaca, è il caso più chiaro: un marito che non forza mai la moglie a parlare, che aspetta, che nel frattempo organizza cene, aperitivi, fughe di due giorni per farla svagare, e che il giorno peggiore le tiene la mano sotto il tavolo senza dire una parola. Non capisce tutto, non ha soluzioni, e il romanzo non gliene chiede. Il suo modo di esserci è togliere pressione. In Mrs Moon Alberto ha una funzione simile: è il compagno di sempre, quello a cui la protagonista racconta una storia che riguarda un’altra persona, e che ascolta senza sentirsi minacciato, il che nella vita reale è più raro di quanto si creda. In L’essenza di Bianca Achille è il marito pratico e ironico, quello che riporta a terra, che non partecipa al viaggio interiore della moglie ma nemmeno lo sabota, e la sua ironia funziona come un contrappeso al rischio di prendersi troppo sul serio.
Poi ci sono i nonni e i padri buoni, e ammetto una preferenza. Il nonno di Luce è il personaggio maschile a cui sono più affezionata: le insegna a cucinare, la accompagna a scuola, le fa studiare l’Odissea perché è l’opera che ama, le regala un metodo per imparare le tabelline e le lega un dente da latte alla maniglia della porta. Muore prima della fine del libro e continua a esserci. In quella figura ho messo l’idea che la protezione vera non è quella che risolve i problemi ma quella che accompagna, e che si accorge senza chiedere: c’è un altro nonno, nello stesso romanzo, che si mette ad accompagnare la nipote a scuola tutte le mattine con la scusa di fare due passi, per proteggerla da qualcosa di cui non parlerà mai.
La seconda categoria è quella degli uomini che disperdono. Non sono mostri, tranne in un caso che sta a parte e che nel libro ha il suo nome preciso. Sono uomini distratti, comodi, che si fanno servire e si raccontano di stare bene così. L’uomo del primo racconto de La chimica delle relazioni ha amanti per anni mentre la compagna gli stira le camicie e gli fa la spesa per il negozio, e la cosa che gli rimprovero, attraverso di lei, non è il tradimento: è di non aver mai avuto il coraggio di un dialogo chiarificatore, che sarebbe stato scomodo ma onesto, e le avrebbe risparmiato dieci anni. C’è anche una variante gelosa e possessiva, e in quel caso non è nemmeno un uomo verso una donna: è un compagno che allontana sistematicamente dalla vita del proprio partner chiunque gli abbia voluto bene, fino a lasciarlo solo nel momento peggiore. Il risultato è lo stesso: intorno resta il vuoto.
Il tratto che mi interessa davvero è come questi uomini reagiscono quando la donna che hanno accanto comincia a cambiare. È lì che si separano le due categorie. Chi tiene si adatta, fa un passo indietro, si accontenta di sapere che c’è qualcosa e aspetta che gli venga raccontato quando sarà possibile. Chi disperde si irrigidisce, minimizza, oppure sparisce dentro le proprie abitudini e continua a comportarsi come se niente fosse. Nessuna delle mie protagoniste, in nessun libro, lascia un uomo perché ha smesso di amarlo da un giorno all’altro: lo lascia perché a un certo punto si accorge di essere sola da anni e che l’altro non se n’è nemmeno accorto.
C’è infine un uomo di cui parlo poco e che nei miei libri conta molto: quello assente. Padri che se ne vanno, padri che dimenticano di avere avuto figli, uomini che muoiono troppo presto lasciando una donna a piangere un lutto che non può dichiarare a nessuno. Le mie protagoniste crescono spesso in case dove gli uomini mancano, e questo spiega parecchio del loro modo di stare al mondo: l’abitudine a cavarsela, la difficoltà a chiedere, la tendenza a cercare uomini molto più grandi o molto più giovani, e una certa diffidenza verso chi promette di restare.
Alla fine, credo di scrivere sempre lo stesso uomo buono: uno che non pretende di essere la cura. Le mie donne guariscono da sole. Chi le ama davvero, nei miei libri, si limita a non essere di ostacolo, e questo — che sembra poco — è quasi tutto.