I luoghi scrivono insieme a noi
I luoghi non sono mai semplici sfondi. Custodiscono memorie, trasformano chi li attraversa e, a volte, continuano a scrivere la nostra storia.
C’è una domanda che mi viene rivolta spesso quando qualcuno arriva all’ultima pagina di uno dei miei romanzi.
“I luoghi che descrivi esistono davvero?”
La risposta è sempre la stessa.
Sì. E no.
Esistono, o almeno sono esistiti. Poi, però, la memoria li ha attraversati e tutto è cambiato. La memoria ha l’abitudine di non conservare quasi mai le cose così come sono state: le sfuma, le ricompone, sposta una luce, trattiene un odore, cancella un dettaglio e ne rende indelebile un altro. Anche la narrativa fa la stessa cosa, non riproduce la realtà, la trasforma.
Credo che ogni scrittore abbia un rapporto molto personale con i luoghi. Il mio non è mai stato quello di chi sceglie un’ambientazione perché è bella da raccontare. Un paesaggio, da solo, non mi è mai bastato. Ho sempre sentito il bisogno di capire che cosa custodisse, quale storia continuasse a respirare tra le sue pareti, lungo una strada, dietro una finestra, anche quando sembrava che nessuno fosse più disposto ad ascoltarla. Forse è anche per questo che torno spesso negli stessi posti: alcuni luoghi, con il tempo, diventano una lingua, ci parlano e, se abbiamo pazienza, finiscono anche per raccontarsi.
Quando scrivo preferisco ambientare i miei libri in spazi che conosco, strade percorse decine di volte, cortili nei quali mi sono fermata senza una ragione precisa, alberghi, scuole, piazze osservate cambiare insieme alle stagioni. Luoghi che mi hanno restituito qualcosa, spesso senza che me ne accorgessi. Trasporto il mio senso di casa in ciò che sto scrivendo.
Quando stavo scrivendo Mrs Moon, per esempio, mi sono ritrovata a ripensare ai corridoi della scuola cattolica che avevo frequentato da ragazza. Non riaffioravano i grandi ricordi, tornavano quelli piccoli: il rumore dei passi sul pavimento lucido, l’odore del caffè preparato dalle suore nello stanzino, il silenzio che precedeva l’ingresso degli insegnanti in classe.
Pensavo di aver dimenticato tutto questo, invece, come moltissimi altri ricordi, era rimasto lì, in silenzio, aspettando il momento giusto per tornare.
Naturalmente la scuola raccontata nel romanzo non coincide con quella reale, sarebbe impossibile. Nel momento stesso in cui la scrittura entra in gioco, la realtà cambia natura, i ricordi si intrecciano all’immaginazione, le emozioni modificano gli spazi e il tempo smette di seguire il calendario. Alla fine rimane qualcosa simile alla realtà, ma che appartiene ormai soltanto alla narrativa. Eppure, senza quei corridoi, senza quel profumo di caffè, quella scuola non avrebbe avuto la stessa anima.
Mi piace pensare che i luoghi conservino una memoria silenziosa fatta di presenze. Ogni persona che attraversa una casa, una strada, una stanza, lascia qualcosa dietro di sé, una specie di eco. Forse è soltanto immaginazione, oppure è proprio grazie all’immaginazione che riusciamo a dare un nome a ciò che non sappiamo spiegare.
Ad esempio mi affascinano da sempre i luoghi di passaggio: le stazioni ferroviarie quasi dimenticate, le sale d’attesa, i corridoi degli alberghi, i bar poco prima dell’orario di chiusura. Sono spazi che sembrano appartenere a tutti e, nello stesso tempo, a nessuno… e custodiscono più storie di quanto immaginiamo. Mi piace pensare alle vite che si sfiorano senza conoscersi: una persona apre una porta che, pochi minuti dopo, aprirà qualcun altro. Una mano si appoggia distrattamente su un tavolino dove il giorno seguente si siederà una coppia che sta per lasciarsi, una valigia rimane accanto a una panchina, una finestra si illumina mentre, da qualche parte, un’altra si spegne. C’è un che di romantico. Sono dettagli minuscoli. Invisibili. Eppure ho sempre avuto l’impressione che il mondo fosse costruito soprattutto così: attraverso incontri che non sanno ancora di esserlo. Per questo, quando qualcuno mi dice che nei miei romanzi il caso sembra avere un ruolo importante, sorrido. In realtà non è solo propriamente il caso a interessarmi, è l’incontro. L’istante preciso in cui due traiettorie, fino a quel momento lontane, trovano un punto in comune e iniziano a entrare in contatto, magari solo per pochi secondi oppure per cambiare entrambe direzione.
I miei personaggi attraversano città, scuole, alberghi, case, paesi lontani, ma in realtà, stanno attraversando sé stessi. Il viaggio esteriore è quasi sempre soltanto la forma visibile di quello interiore. Anche la Lecco che racconto, non è semplicemente Lecco e neppure i luoghi limitrofi. È la città dove sono cresciuta, dove ho frequentato la scuola, dove ci sono stati gli amici, i primi amori, le partenze, è il luogo da cui sono andata via e quello al quale spesso torno ogni volta che scrivo.
Credo che ogni autore trasformi i propri paesaggi interiori in paesaggi narrativi, per questo due scrittori possono raccontare la stessa città e restituire mondi completamente diversi: non cambia il luogo ma lo sguardo. O forse, ancora di più, cambia la relazione.
Noi non guardiamo mai davvero un luogo ma il rapporto che quel luogo continua ad avere con noi. Quando torno in un posto che non vedevo da molti anni provo sempre la stessa sensazione: sembra identico. Poi mi accorgo che proprio perché io sono cambiata, anche quel paesaggio appare diverso.
Credo che la memoria funzioni così, non conserva fotografie o flash ma relazioni. Per questo, a volte, basta un odore, una luce particolare, una canzone, il rumore della pioggia contro una finestra o la superficie liscia di un vecchio banco di scuola per riaprire un mondo intero.
Quando scrivo non cerco mai di descrivere un luogo con precisione, non sto accompagnando il lettore in una visita guidata, anche se sicuramente mi piace contestualizzare meglio che posso. Cerco invece di restituire il modo in cui quel luogo è rimasto dentro di me. Vorrei che, chiudendo gli occhi, il lettore non vedesse soltanto una strada o una stanza, ma riuscisse quasi a sentirne il respiro, perché ogni luogo, se gli concediamo abbastanza tempo, smette lentamente di fare da sfondo e diventa esso stesso un personaggio con un carattere, un ritmo, un modo tutto suo di accogliere oppure di respingere.
Ogni romanzo, in fondo, è fatto di molti luoghi sovrapposti: quelli reali, quelli ricordati, quelli immaginati e quelli che, alla fine, appartengono soltanto al lettore. In quel momento, il libro smette di appartenere completamente a chi lo ha scritto e, ad esempio, la mia scuola diventa quella del lettore, il mio lago assomiglia al lago della sua infanzia, la strada che avevo immaginato diventa quella che percorre ogni mattina. Un luogo nato dalla memoria di uno scrittore continua il proprio viaggio nella memoria di qualcun altro.