I sogni raccontano davvero qualcosa?
Di notte la mente parla la lingua che di giorno dimentichiamo.
I sogni vengono spesso trattati come qualcosa di secondario rispetto alla veglia, quasi fossero una deviazione notturna della mente, un gioco caotico senza regole precise, oppure, al contrario, messaggi misteriosi da decifrare a tutti i costi.
Con il tempo ho iniziato a sentire che i sogni non appartengono né all’una né all’altra di queste categorie e non sono né casuali né profetici nel senso rigido del termine. Credo siano una sorta di linguaggio che non usa la logica lineare, ma immagini, frammenti, spostamenti improvvisi di scena, qualcosa che non ci parla del futuro, ma di ciò che è già presente in noi e che non abbiamo ancora completamente ascoltato.
Quando sogniamo, qualcosa in noi si esprime senza il filtro della razionalità, non c’è necessità di spiegare o di convincere ma c’è solo il tentativo, spesso disordinato, di portare alla luce quello che nella veglia rimane in ombra. Per questo credo che i sogni non siano mai davvero troppo lontani dalla realtà ma anzi ne sono una continuazione laterale, quella zona parallela in cui le emozioni prendono forma prima ancora di diventare pensiero.
Nei miei romanzi, i sogni non servono a creare mistero fine a sé stesso ma sono spazi in cui qualcosa che nella realtà resta contenuto, trova un altro modo per emergere.
In Mrs Moon, ad esempio, i sogni di Francesca non le spiegano nulla, piuttosto la scompongono. A volte confondono, a volte anticipano qualcosa che la protagonista non è ancora pronta a riconoscere ma il loro ruolo non è mai quello di dare risposte bensì quello di aprire domande più profonde.
Il sogno diventa un’esperienza e, come tutte le esperienze interiori, cambia a seconda del momento in cui la viviamo e osserviamo. Un sogno che oggi sembra incomprensibile, domani può diventare improvvisamente chiaro, non perché il sogno sia cambiato, ma perché siamo cambiati noi.
Il fatto che il sogno non sia fisso, che non abbia un significato unico e stabile ma che si modifichi insieme al nostro sguardo mi fa pensare che i sogni non siano mai separati dalla vita ma ne siano invece una parte più sottile, più fluida, meno controllata.
Nei sogni, il tempo non funziona come nella veglia, le scene possono sovrapporsi, le persone cambiare identità senza spiegazione, i luoghi trasformarsi senza transizione e questa instabilità è la natura del linguaggio onirico che somiglia molto al modo in cui funziona la memoria emotiva. Infatti, non ricordiamo mai in modo lineare ma per frammenti, sensazioni, immagini isolate che emergono senza ordine apparente. In questo senso, sogno e memoria si toccano ed entrambi lavorano per sottrazione di logica e per intensificazione di percezione ed entrambi ci mostrano che la realtà interiore non è mai ordinata come vorremmo credere.
Scrivere, per me, significa spesso avvicinarsi a questo tipo di linguaggio, non per riprodurre i sogni in modo letterale, ma per ascoltare la loro struttura. Il punto non è capire completamente i sogni ma imparare a non ridurli troppo in fretta e lasciarli lavorare dentro di noi per il tempo necessario perché spesso ciò che non comprendiamo subito è proprio ciò che sta cercando di dirci qualcosa di più vero. Non sul futuro, ma su ciò che, dentro di noi, è già in movimento. Proprio come i simboli.