Il caso è una parola comoda
Dico «coincidenza» quando non ho voglia di guardare più a fondo...
Non credo al caso, e lo dico sapendo perfettamente che è una posizione non dimostrabile. Non ho prove e non ne avrò mai, e ogni volta che provo a spiegarla mi accorgo di stare costruendo un ragionamento che alla prima obiezione seria non regge. Resta comunque uno dei pochi principi che non ho mai messo davvero in discussione, e a un certo punto mi sono chiesta perché.
L’obiezione la conosco a memoria perché me la faccio da sola, ed è solida. Il nostro cervello è una macchina straordinaria per riconoscere schemi: vede volti nelle nuvole, sente il proprio nome nel rumore di una folla, trova disegni nelle stelle che sono soltanto punti luminosi a distanze siderali gli uni dagli altri. Quando qualcosa ci colpisce, ce ne ricordiamo; quando non succede niente, non lo registriamo nemmeno. Se penso a una persona e il giorno dopo mi telefona, per me diventa un segno; le altre duecento volte in cui ho pensato a qualcuno e non è successo assolutamente nulla non entrano nel conteggio. Questo si chiama selezione dei dati e chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale deve tenerne conto prima di parlare di destino.
Detto questo, la conclusione che ne traggo non è quella che dovrei trarne, e non ho intenzione di fingere il contrario. Perché la domanda «è vero?» non è la sola domanda possibile, e in certi ambiti non è nemmeno la più utile. C’è una seconda domanda che trovo più interessante: cosa cambia in me se prendo sul serio l’idea che le cose accadano per una ragione?
Cambia parecchio, ed è quasi tutto misurabile. Se penso che ciò che mi accade sia rumore, l’unica reazione sensata è difendermi. Se penso che abbia una direzione, la reazione sensata diventa un’altra: guardare meglio. La differenza non riguarda l’universo, riguarda la qualità della mia attenzione. Chi crede che nulla accada per caso osserva di più, ricorda di più, collega di più; e in quel guardare più a lungo trova sempre qualcosa, non perché il mondo gliel’abbia mandato, ma perché finalmente si è fermato a guardare. Se anche fosse soltanto questo — e potrebbe essere soltanto questo — sarebbe comunque un buon affare.
C’è poi una cosa che conosco meglio del resto, e sono gli incontri. Mi è capitato più volte di trovarmi davanti a una persona mai vista prima e di sentire una familiarità che non aveva nessun diritto di esistere. Non attrazione, non simpatia: familiarità, il riconoscere qualcuno che non hai mai conosciuto. E mi è capitato di scoprire, in seguito, di essere passata dagli stessi luoghi di quella persona a distanza di settimane, di aver sfiorato le stesse stanze, di aver conosciuto le stesse persone senza mai incrociarla. A me piace pensare che quando incontriamo qualcuno, quel qualcuno fosse già in cammino verso di noi da molto prima, e che le anime si stessero cercando mentre le nostre agende facevano finta di decidere. Non lo posso dimostrare. Ma non ho nemmeno una spiegazione migliore, e soprattutto non ho una spiegazione migliore che mi renda una persona più attenta di così.
Arrivo così al punto in cui questa convinzione smette di essere gradevole, perché finché parliamo di incontri fortunati e di coincidenze simpatiche siamo tutti d’accordo, ma un principio vale qualcosa solo se regge anche dove fa male. Se credo che nulla accada per caso, allora devo crederlo anche della malattia, della perdita, delle cose che nessuno sceglierebbe. E ci credo. Non perché ci sia qualcuno seduto da qualche parte a distribuire prove e punizioni, immagine che ho sempre trovato piccola oltre che ingiusta, ma perché penso che ci portiamo dietro molto più di quello che ricordiamo: strascichi di cammini che vengono da lontano, conti aperti, materiale che ci resta attaccato addosso e che a un certo punto chiede di essere attraversato. Chiamiamolo karma, chiamiamolo ciclicità, chiamiamolo come si preferisce; l’idea di fondo è che l’anima stia lavorando su un tempo molto più lungo del nostro, e che quello che a noi sembra un’ingiustizia insensata sia un pezzo di un disegno di cui vediamo pochi centimetri.
So benissimo come suona, e non ho bisogno che me lo si spieghi. Suona blasfemo, e detto nel momento sbagliato lo è davvero. Per questo c’è una regola che non violo: non lo dico a chi sta soffrendo. Mai. Chi è nel mezzo del dolore non ha nessun bisogno di sentirsi dire che quel dolore ha una ragione, e chi glielo dice, il più delle volte, non sta consolando lui: sta cercando di rendere sopportabile a sé stesso lo spettacolo di una sofferenza che non riesce a guardare. Un senso che viene calato dall’esterno diventa immediatamente una colpa: te la sei attirata, dovevi imparare qualcosa, non hai capito il messaggio. Non c’è niente di più crudele, e non è quello che penso.
La differenza sta tutta in chi guarda. Il senso non è una cosa che si può consegnare a qualcun altro, è una cosa che si trova, e si trova soltanto dall’interno, con i propri tempi, che sono lunghissimi e non li decide nessuno. A chi sta male io non offro spiegazioni: sto lì, e basta. Ma se una persona a un certo punto si volta e chiede — se è disposta a sentire, a guardare oltre l’evidenza, a domandarsi non perché è successo a me ma cosa sta chiedendo di essere visto — allora sì, quella conversazione la faccio volentieri, e ho visto più volte cosa succede quando qualcuno smette di considerarsi vittima di un incidente e comincia a leggersi come parte di un movimento più ampio. Non guarisce niente. Cambia però il posto da cui si guarda, e quello cambia tutto il resto.
La distinzione, per me, sta tutta lì. «Nulla accade per caso» non è una consolazione da distribuire agli altri e non è la promessa che tutto andrà bene. Significa che nulla di ciò che ci accade è privo di conseguenze e nulla è privo di senso: una ragione c’è, ma non viene a cercarci e non si annuncia, si mostra soltanto a chi accetta di mettersi in ascolto. Tutto lascia una traccia, e quella traccia possiamo attraversarla da sveglie o da addormentate. Nella prima versione si aspetta che le cose si spieghino da sole. Nella seconda c’è un lavoro da fare, ed è nostro.
Del resto, chiamare qualcosa «coincidenza» non è una spiegazione: è la decisione di smettere di guardare. È una parola che chiude, e a me le parole che chiudono sono sempre piaciute poco. Preferisco quelle che lasciano una porta socchiusa, anche a costo di sbagliarmi, anche a costo di attribuire un significato a qualcosa che significato non aveva. Tra i due errori possibili — vedere disegni dove non ce ne sono e non vederli dove ci sono — so benissimo quale dei due mi ha resa più attenta, più curiosa e, in definitiva, più viva.