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Anna Valeria Frigerio

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Simbolismo

Il dito e le stelle

Quando qualcuno ci indica una direzione, la tentazione è fermarsi a guardare la mano.

Il proverbio lo conosciamo tutti: quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. Lo citiamo con una certa aria di superiorità, convinti che riguardi sempre qualcun altro, e invece è una delle cose più difficili da mettere in pratica che io conosca, perché il dito è vicino, è concreto, ha un volto e un nome e un numero di telefono, mentre la luna è lontana e non risponde ai messaggi.

Mi è capitato più volte di innamorarmi del messaggero. Una persona arriva, dice una frase al momento giusto, apre uno spiraglio dove c’era un muro, e da quel momento le attribuisco un potere che non ha mai chiesto di avere. Comincio a cercarla, a domandarmi cosa pensi, a interpretare i suoi silenzi come oracoli, a costruire una piccola devozione privata attorno a qualcuno che, molto probabilmente, quel giorno stava solo dicendo una cosa qualunque. È un errore delicatissimo perché ha l’aspetto della gratitudine. Sembra riconoscenza, sembra affetto, e invece è un modo raffinato di non fare il lavoro: fintanto che guardo la mano che indica, non devo guardare in quella direzione.

Le persone che ci cambiano, quasi sempre, non stanno facendo niente. Non hanno un piano, non stanno cercando di insegnarci qualcosa, spesso non si accorgono nemmeno di essere state importanti. Sono passate accanto a noi in un momento in cui eravamo abbastanza permeabili da lasciarci attraversare, e questo è tutto. Attribuire loro il merito è una forma di generosità che ci costa carissima, perché sposta fuori di noi qualcosa che è avvenuto dentro, e ci lascia convinti che senza di loro non saremmo capaci di ripeterlo.

C’è un motto che mi accompagna da anni e che ha il pregio di essere brutale: si sedes non is. Se stai seduto, non vai. È un gioco antico, di quelli che si leggevano incisi sulle soglie, e che cambia completamente senso se lo si legge al contrario — si non sedes is, se non stai seduto, vai — come a dire che nella stessa identica frase convivono l’immobilità e il cammino, e che a decidere quale delle due si realizzi siamo soltanto noi, dal verso in cui scegliamo di leggerla. Trovo che descriva perfettamente cosa succede quando qualcuno ci indica qualcosa. Nella stessa esperienza c’è la possibilità di restare fermi ad ammirare chi ci ha parlato, e la possibilità di alzarci e andare a vedere di cosa stesse parlando. Il materiale è lo stesso. Cambia solo la direzione in cui lo leggiamo.

Con i libri funziona allo stesso modo, e lo dico da lettrice prima che da chi scrive. Ci sono pagine che ci hanno spostato qualcosa e a cui restiamo fedeli come a una reliquia, tornandoci sopra, sottolineandole ancora, citandole nelle conversazioni; ma un libro che continuiamo a rileggere senza che cambi niente nella nostra vita ha smesso di essere una porta ed è diventato un soprammobile. Non è colpa del libro. È che ci siamo fermati a guardare la mano.

Da qui ho ricavato una domanda che mi faccio ogni volta che qualcosa mi entusiasma troppo, una persona, un incontro, una lettura, una di quelle conversazioni che ti tengono sveglia fino alle due: cosa stava indicando? Non cosa mi ha dato, non quanto è stata intensa, non se tornerà. Cosa stava indicando. Nove volte su dieci la risposta è scomoda, perché indica sempre nella stessa direzione, cioè verso una cosa mia che avevo rimandato, una domanda che evitavo, una decisione che sapevo benissimo di dover prendere. Il messaggero cambia. Il messaggio, con una monotonia quasi comica, è sempre lo stesso.

Questa domanda diventa quasi indispensabile con le persone che non restano. Alcune arrivano con una funzione precisa e se ne vanno appena l’hanno esaurita, a volte bruscamente, a volte senza spiegazioni, lasciandoci con la sensazione di essere state usate o abbandonate. Non l’ho mai trovato facile, e continuo a non trovarlo elegante come me lo raccontano certi libri di crescita personale, dove tutto ha sempre un senso commovente e nessuno resta con la rabbia in mano. La rabbia c’è, ed è legittima. Ma quando si posa, resta una domanda utile: se quella presenza era un dito, cosa stava indicando, e io in quella direzione ci sono andata o mi sono limitata a rimpiangere la mano?

Le stelle, in ogni caso, non hanno mai avuto bisogno di essere indicate per esistere. Stanno lì da molto prima di noi e ci resteranno molto dopo, e l’unica differenza che qualcuno può fare nella nostra vita è farci alzare lo sguardo. Il dito prima o poi si abbassa, e va bene così. Se abbiamo guardato nella direzione giusta, quello che abbiamo visto non ha più bisogno di nessuno per continuare a stare in cielo.