Il perdono
Forse il vero perdono comincia quando smettiamo di aspettare che l'altro capisca quanto ci ha feriti.
Sul perdono circola una quantità impressionante di retorica, prodotta in gran parte da persone che non hanno avuto niente di serio da perdonare, e la si riconosce dal tono: viene raccontato come un gesto luminoso, generoso, quasi un atto di superiorità morale, un io perdono te con cui chi perdona si sistema di un gradino più in alto e chiude la faccenda con eleganza davanti a un pubblico. Chi ha avuto davvero qualcosa da perdonare non parla in questo modo, e in genere parla molto meno.
Io ho imparato a perdonare, e ci ho messo anni. Non l’ho fatto per virtù e non l’ho fatto per decisione: l’ho fatto con l’aiuto del tempo, che in questa faccenda è l’unico alleato che funziona davvero, perché lavora anche quando noi non stiamo lavorando e continua a fare il suo mestiere nei mesi in cui siamo convinti di essere fermi allo stesso punto. Il tempo non cancella niente e non giustifica niente: cambia la distanza da cui guardiamo, e a una certa distanza le cose si vedono nel loro contorno, con le loro proporzioni reali, e smettono di occupare tutto il campo visivo.
La prima cosa da chiarire, perché senza chiarirla non si va da nessuna parte, è che perdonare non significa dimenticare. Non potrebbe significarlo, perché la memoria non prende ordini da nessuno e chi si impegna a dimenticare ottiene soltanto di ripassare la faccenda ogni giorno. E non significa nemmeno stabilire che quello che è accaduto va bene: alcune cose non vanno bene, non andranno bene mai, e nessuna evoluzione personale le renderà accettabili. Perdonare significa qualcosa di più preciso e di meno nobile: togliere a quella faccenda il potere di dirigere il presente.
Perché restare arrabbiati con qualcuno è una forma di frequentazione, spesso più assidua e più intima di quella che avevamo quando ci parlavamo. Gli dedichiamo pensieri quotidiani, conversazioni immaginarie, risposte che non gli daremo mai, energie che avremmo potuto spendere altrove, e nel frattempo quella persona vive la sua vita senza il minimo sospetto di essere ospite fisso nella nostra. È un’ingiustizia perfettamente simmetrica al torto ricevuto, con la differenza che questa volta la stiamo organizzando noi.
L’altro equivoco riguarda la sequenza, ed è il punto in cui la versione edificante mente di più. Nella versione edificante si perdona e poi si sta meglio, come se il perdono fosse una decisione e il benessere la sua conseguenza. Nella pratica succede l’inverso: si sta meglio, si lavora per mesi o per anni su tutt’altro, e poi a un certo punto si scopre di aver perdonato. Non c’è il giorno della decisione, non c’è il gesto, non c’è la scena con la musica giusta. C’è un giorno qualunque in cui ci si accorge che quel nome, pronunciato da qualcuno per caso, non produce più nulla allo stomaco, e che la storia si può raccontare senza che la voce cambi. È un accorgersi, non un compiere.
C’è poi una precisazione che considero la più importante di tutte, perché la sua assenza espone le persone a ferirsi una seconda volta: il perdono non implica il ritorno. Non c’è nessun obbligo di riaprire una porta, di riprendere un rapporto, di concedere un’altra possibilità a chi ha già mostrato con chiarezza di che cosa è capace. Confondere il perdono con la riconciliazione è un errore che viene insegnato con troppa leggerezza, e si può perdonare completamente senza rivedere mai più qualcuno: nella maggior parte dei casi è anche la soluzione più sana.
E poi c’è la parte che nessuno nomina volentieri, che è la parte grossa. La persona più difficile da perdonare non è quella che ci ha fatto qualcosa: siamo noi. Per non aver capito prima, per aver giustificato l’ingiustificabile, per essere rimasti dove non bisognava restare, per aver detto sì mentre tutto dentro diceva no, per aver difeso chi non lo meritava con l’energia che non abbiamo speso per difenderci. Quel conto è molto più lungo, non ha una data di scadenza, e ricomincia a suonare ogni volta che ci troviamo in una situazione vagamente simile.
Su quello ci lavoro ancora, senza cerimonie e senza pubblico, con la stessa lentezza con cui ho imparato tutto il resto. E ho smesso di considerarla una sconfitta, perché il tempo, che su queste cose ha un’autorità che io non ho, non ha ancora finito di lavorare.