Il simbolismo ovvero: che cosa ce ne facciamo delle cose che non si possono dire
I simboli non sostituiscono le parole: le completano. Sono il linguaggio di ciò che ancora non sappiamo dire.
Ciò di cui non diventiamo consapevoli lo incontriamo fuori, e lo chiamiamo destino. — Carl Gustav Jung
Nella Grecia antica, quando un ospite lasciava la casa che lo aveva accolto, si prendeva un oggetto — un coccio di terracotta, una tavoletta d’osso, un anello — e lo si spezzava in due. Metà a chi partiva, metà a chi restava. Poi ognuno tornava alla propria vita, e la propria metà finiva in fondo a una cassa, insieme alle cose che non si usano e non si buttano. Potevano passare vent’anni. Poteva passare una generazione intera, e presentarsi alla porta non più l’ospite ma suo figlio, con quel pezzo di argilla in mano. Quando i due frammenti venivano riavvicinati e le fratture combaciavano, il riconoscimento era completo, e con esso tutti gli obblighi che ne derivavano.
Quell’oggetto si chiamava sýmbolon, da syn-bállein: gettare insieme.
È la definizione più esatta che abbiamo mai avuto, e l’abbiamo dimenticata quasi tutta. Un simbolo non è un disegnino che sta al posto di un’idea: è un pezzo che cerca l’altro pezzo. E perché esista, prima di tutto, qualcosa deve essersi rotto.
Su questo mi fermo un istante, perché è la parte che mi commuove. Nessuno spezza un oggetto per il gusto di romperlo. Lo si spezza perché ci si sta separando, perché la distanza è già decisa e serve un modo per attraversarla senza esserci. La frattura non è un incidente del simbolo: è la sua condizione. I simboli nascono esattamente lì, dove c’è una separazione da tenere aperta — tra noi e chi non c’è più, tra noi e ciò che non sappiamo dire, tra noi e la parte di noi che non ci fa entrare.
Confondiamo di continuo i simboli con i codici, e non è la stessa cosa. Un codice ha una soluzione, e quando l’hai trovata il codice è morto: si butta, come un cruciverba risolto. Un simbolo no. Puoi spiegarlo per trecento pagine e la mattina dopo è ancora lì, intatto, con dentro qualcosa che non hai detto.
Per questo, nei libri, non spiego mai fino in fondo. Non è reticenza e non è civetteria: è che nel momento esatto in cui scrivo «questo sta per quello», l’immagine smette di funzionare. Le si toglie l’aria. Un simbolo spiegato è un uccello descritto benissimo da qualcuno che lo tiene chiuso nel pugno.
Poi c’è una ragione più antica di me. Non abbiamo mai insegnato la crudeltà ai bambini spiegandola: gli abbiamo raccontato il lupo. Non perché fossero troppo piccoli per la verità, ma perché la verità detta in faccia a chiunque — bambino o adulto — arriva come un’accusa, e a un’accusa si risponde difendendosi. Chi è costretto a prendere posizione difende quella, e non ascolta più. Il lupo invece non accusa nessuno. Sta nel bosco, fa quello che fa, e lascia che sia chi ascolta a decidere quando riconoscerlo, se vuole riconoscerlo. Tremila anni di storie stanno tutti su questo unico espediente, che poi non è un espediente: dire le cose di lato, perché di lato non c’è nessuna guardia.
Un nome passa. Un oggetto passa. Una libellula che si posa sulla spalla nell’istante sbagliato — o giusto — passa, e continua a lavorare per giorni, mentre facciamo altro.
Ho chiamato un’isola come una persona e ho fatto di un anagramma il centro di un romanzo. Ho chiamato Luna una donna che dominava un’aula. Non sono vezzi. Decidere come chiamare qualcuno significa decidere che cosa quel qualcuno rappresenta per me, e da quell’istante comincio a vederlo così: il nome mi obbliga a restare fedele a un’intuizione che, quando l’ho avuta, non sapevo ancora spiegare. Il nome è già la metà del coccio. L’altra metà la mette chi legge, molte pagine dopo, quando capisce da sé perché quella donna si chiamava così.
I simboli non si inventano. Questo l’ho imparato osservando le mie stesse pagine, e mi ha messo a disagio prima di convincermi. Se un’immagine ritorna e ritorna — la luna, la chiave, l’acqua, una piuma, un anello che non si toglie mai — non è che io l’abbia scelta: è lei che continua a bussare. Jung ha scritto che il sogno non è il travestimento di un desiderio ma un discorso: una lingua antica, fatta di metafore, che parte da una zona di noi che non passa dalla volontà. Quindi il mestiere non è decifrarli. È trattarli come un interlocutore, e avere la pazienza di stare ad ascoltare che cosa vogliono.
E hanno tempi loro, che non sono i nostri. Funzionano come una nota di fondo: sul momento senti solo la testa, la cosa che colpisce e passa. Il fondo lo riconosci anni dopo, un pomeriggio qualunque, quando non stai più cercando niente. Certe immagini che ho messo nei miei libri senza sapere perché ci fossero mi hanno spiegato che cosa stavo scrivendo molto tempo dopo che l’avevo scritto.
Le ossessioni non si scelgono, al massimo si impara a maneggiarle. E qui devo mettere il freno, perché è il punto esatto in cui questo discorso può diventare sciocco.
Non ogni coincidenza è un simbolo. Se tutto significa qualcosa, non significa più niente.
La mente umana è una macchina straordinaria per trovare figure: vede facce nelle nuvole, disegni nelle macchie, intenzioni nel caso. È lo stesso identico talento che ci fa scrivere romanzi e che ci fa costruire superstizioni, e non c’è nessun allarme che suoni quando si passa da una cosa all’altra. Allora come li distinguo? Con un criterio brutale, che però non mi ha mai tradita: un simbolo vero costa. Apre una domanda, chiede di cambiare qualcosa, lascia scomodi. Una superstizione invece rassicura e comanda: dice che cosa fare, toglie la responsabilità, e soprattutto conferma sempre quello che pensavo già.
Quando un segno mi dà ragione tre volte di fila non è un segno: è uno specchio. E uno specchio, per definizione, non può dirmi niente che non fossi già io.
Un simbolo lavora nel modo opposto, per sottrazione, come lo scalpello: toglie. Toglie parole, ed è la forma di verità più economica che conosca. Dove servirebbero tre pagine di analisi bastano un anello che non viene sfilato dal dito da vent’anni, un numero letto per caso sull’anta di un armadio, una libellula che si appoggia sulla spalla nell’istante di un addio. Non spiegano nulla e dicono tutto, perché non passano dal ragionamento: arrivano prima, dove il ragionamento non è ancora entrato a mettere ordine.
Ecco perché ci tengo. Non per gusto dell’enigma, ma perché i simboli sono l’unico canale aperto che ho verso le parti di me a cui non arrivo per via logica. E sono le parti che poi decidono quasi tutto.
Un libro, alla fine, è un sýmbolon.
Io ne tengo metà: le mie fissazioni, gli oggetti che tornano, le cose che non ho saputo dire in nessun altro modo e ho lasciato lì, in forma di immagine, sperando che reggessero. L’altra metà ce l’ha chi legge, e non è una metà identica alla mia: sono le sue rotture, i suoi nomi, la sua isola. Non ho alcun modo di sapere in anticipo se combaciano.
Poi ogni tanto qualcuno mi scrive citandomi una frase che non ricordo di aver scritto in quel modo, e capisco che i due pezzi si sono avvicinati.
È l’unico riconoscimento che ci interessi davvero, da tremila anni a questa parte: qualcuno che tira fuori la sua metà di coccio e la appoggia accanto alla nostra.