Il valore del dubbio
Dubitare non è debolezza: è la porta da cui entra ogni domanda che conta.
Da bambina immaginavo l’età adulta come un territorio stabile, fatto di risposte chiare e di convinzioni solide, e credevo che con il passare degli anni ogni cosa avrebbe trovato il suo posto, poco alla volta, come succede ai mobili in una casa nuova. Crescendo è successo esattamente il contrario, e più passa il tempo più mi accorgo che il dubbio non è un ostacolo lungo la strada: è uno spazio, il luogo in cui le cose possono ancora trasformarsi. Nel momento in cui una faccenda diventa certa, smette di muoversi.
Nei miei romanzi i personaggi raramente sanno quale strada prendere, e anzi sembrano fare un passo avanti e due indietro: cambiano idea, si contraddicono, si illudono di aver capito per poi scoprire che la realtà è più complessa di quanto immaginassero. Qualcuno potrebbe leggerlo come un segno di debolezza, io lo considero profondamente umano, perché non ho mai conosciuto nessuno che sia arrivato a una comprensione importante procedendo in linea retta.
Il dubbio ha però una reputazione terribile, e questo non dipende dal dubbio ma da noi: lo trattiamo come un guasto temporaneo da riparare in fretta con la prima risposta disponibile, e la ragione di questa fretta non è nobile. Una risposta si può dire a voce alta, si può portare a cena, si può usare per chiudere una discussione; il dubbio non si può esibire e nelle conversazioni fa la figura dell’ospite che non sa dove sedersi. Così ci abituiamo a chiudere presto, e chiudere presto significa quasi sempre adottare la spiegazione più comoda tra quelle disponibili, non la più vera, con l’aggravante che la spiegazione più comoda somiglia in modo sospetto a quello che pensavamo già prima di iniziare a cercare.
C’è una differenza che mi sembra decisiva e che quasi nessuno fa, quella tra spiegare una cosa e liquidarla. Le spiegazioni ragionevoli esistono per quasi tutto e le trovo ragionevoli davvero, senza ironia: ma se ogni volta che accade qualcosa che non capisco lo archivio d’ufficio nella casella delle coincidenze, non ho capito niente di più di prima, ho soltanto trovato un modo elegante di evitare di guardare e l’ho chiamato spirito critico. Chi ha una spiegazione pronta per ogni cosa non possiede conoscenza, possiede un sistema di difesa, e quel sistema difende soprattutto lui dal fastidio di dover rivedere qualcosa.
Penso che il dubbio ci tenga vivi, perché è ciò che ci permette di osservare una situazione da prospettive diverse, di ascoltare davvero chi abbiamo davanti e persino di mettere in discussione l’immagine che abbiamo di noi stessi, che è l’operazione più scomoda di tutte e l’unica che ci corregge. È il dubbio che ci fa chiedere se stiamo raccontando i fatti o la nostra versione dei fatti — che è sempre più coerente della realtà, e per questo dovrebbe insospettirci — e se quella cosa che chiamiamo con orgoglio intuizione non sia a volte paura travestita da saggezza, con la sua voce ragionevole che consiglia di non esporsi, di non provare, di restare dove siamo.
Vale la pena chiarire che il dubbio di cui parlo non è quello che paralizza, quello che tiene le persone ferme sulla porta per anni con la mano sulla maniglia in attesa di garanzie. È quello che tiene aperto il discorso mentre si continua a vivere, a decidere, a sbagliare: si può prendere una decisione senza essere certi, e lo facciamo continuamente, anche se poi la raccontiamo come se fosse stata lucidissima. Si può camminare in una direzione tenendosi il dubbio in tasca come un sasso, che pesa e si sente a ogni passo ma non impedisce di procedere, e in molti casi è proprio quel peso che ci fa guardare meglio dove mettiamo i piedi.
Anche la scrittura nasce dal dubbio. Se avessi già tutte le risposte probabilmente non sentirei il bisogno di raccontare una storia, e scrivo proprio perché ci sono domande che continuano ad accompagnarmi: cosa rende un incontro davvero significativo, perché alcune persone ci cambiano profondamente e altre passano senza lasciare traccia, se è il tempo a trasformare le ferite oppure siamo noi a trasformarle. Ogni cosa che scrivo è il tentativo di restare accanto a queste domande senza avere fretta di risolverle, e ho imparato che una domanda tenuta aperta a lungo lavora anche mentre dormiamo: ne ho archiviate molte nel cassetto di quelle senza risposta, e ogni tanto ne ritrovo una che nel frattempo, senza il mio intervento, ha maturato un senso che al momento non poteva avere perché mancavano i pezzi.
Viviamo in un tempo che premia le opinioni nette, in cui sembra quasi che cambiare idea sia un segno di incoerenza. Io penso invece che sia un segno di ascolto, e le persone che ammiro di più sono quelle capaci di dire non lo so, sto ancora cercando di capirlo, senza quella pausa in cui di solito si cerca una formula per salvare la faccia.
Forse il dubbio non è l’opposto della conoscenza. Forse ne è l’inizio.