Il viaggio dell’eroe riguarda tutti noi
Il viaggio dell'eroe non appartiene solo ai romanzi, è il percorso che, prima o poi, la vita chiede a ciascuno di attraversare.
Quando si parla di “viaggio dell’eroe”, si pensa spesso a qualcosa di strutturato, quasi tecnico, legato alla scrittura o alla sceneggiatura, forse proprio per via del libro di Christopher Vogler, “il viaggio dell’eroe”, appunto, un modello narrativo, uno schema utile per costruire storie.
Eppure, più lo studio e più mi rendo conto che non appartiene davvero solo alla letteratura ma alla vita come forma naturale dell’esperienza umana.
Ogni persona, prima o poi, attraversa un passaggio che somiglia a questo percorso, anche quando non lo riconosce subito o non lo chiama così. C’è un momento iniziale in cui tutto sembra stabile, un “mondo ordinario”, per usare il linguaggio di Vogler, ma che potremmo anche chiamare semplicemente vita conosciuta: le abitudini, le relazioni, le certezze che, pur con le loro fragilità, definiscono chi siamo in quel preciso momento.
Poi qualcosa si incrina, non sempre in modo eclatante, volte è una sensazione lenta, difficile da nominare, oppure è un evento preciso, come se qualcosa dentro non riuscisse più a restare nella forma precedente.
È quella che si potrebbe chiamare “chiamata” e raramente viene accolta subito, quasi sempre viene rimandata o rifiutata perché ciò che chiede implica movimento, cambiamento, esposizione all’incertezza e questo, naturalmente, spaventa. Ma la vita, in qualche modo, insiste con una serie di coincidenze, incontri, eventi che continuano a riportarci verso quella soglia che stiamo evitando.
Poi arriva il momento del passaggio, quel punto in cui non è più possibile restare dove si era ma si deve attraversare e, lo sappiamo bene, ogni attraversamento, ha qualcosa di irreversibile.
Ed è qui che inizia davvero il viaggio e non è mai lineare. Ci sono prove, incontri, resistenze, alleati che compaiono nei modi più inattesi e anche ombre, che non sono necessariamente nemici esterni, ma parti di sé che emergono quando si entra in territori meno conosciuti.
Scrivendo i miei romanzi, mi sono resa conto che questi passaggi non sono mai solo del personaggio ma sono anche miei. Non in senso autobiografico diretto, ma come esperienza di trasformazione che si ripete ogni volta che si entra davvero dentro una storia.
Per me scrivere significa attraversare, significa lasciarsi modificare da ciò che si sta raccontando. La “caverna più profonda”, quel punto centrale del viaggio in cui tutto sembra concentrarsi, non è mai un luogo esterno, è sempre uno spazio interno.
Nei miei romanzi questo passaggio assume forme diverse, ma ha sempre la stessa sostanza: un confronto con qualcosa che non può più essere più rimandato e spesso è proprio lì che i personaggi diventano davvero vivi e iniziano a reagire e a trasformarsi.
Dopo quel punto, nulla è più come prima.
Il ritorno, poi, è forse la parte più silenziosa del viaggio. È il momento in cui si torna al mondo ordinario, ma con uno sguardo diverso e non sempre si viene accolti e neppure ciò che è cambiato dentro trova immediatamente un corrispettivo fuori. Questo crea una tensione sottile, spesso difficile da spiegare, è come abitare due livelli contemporaneamente: quello di prima e quello di dopo.
Credo che si potrebbe considerare il viaggio dell’eroe non solo una struttura narrativa, ma una chiave di lettura dell’esistenza proprio perché parla di trasformazione e, ogni trasformazione, implica una perdita e una nascita. Qualcosa deve essere lasciato andare per far sì che qualcos’altro emerga.
Quando ho scritto La mia Itaca, non pensavo in termini teorici a questo modello, eppure, rileggendolo, mi sono accorta che ogni fase era presente ed era emersa naturalmente dalla storia stessa, come se la narrazione seguisse un movimento già inscritto nel modo in cui viviamo le esperienze significative.
Il viaggio dell’eroe, in fondo, non è altro che questo: una mappa simbolica di ciò che accade quando siamo chiamati a diventare qualcosa di più vicino a noi stessi e non c’è nulla di astratto in questo ma direi piuttosto concreto, a volte doloroso, a volte luminoso ma sempre trasformativo… e ogni volta che una storia si chiude, resta la sensazione che quel viaggio non sia finito davvero.