Salta al contenuto
Anna Valeria Frigerio

← Tutti gli appunti

Il vuoto e il dubbio

Il vuoto

Forse non ci manca niente. Forse abbiamo semplicemente bisogno di - fare - spazio

Ci mette in allarme, e la reazione è antica e sensata: per la maggior parte del tempo in cui siamo stati al mondo uno spazio vuoto ha significato mancanza di qualcosa di necessario, e chi lo riempiva in fretta viveva più a lungo. Il riflesso è rimasto intatto e oggi lo applichiamo a cose che con la sopravvivenza non hanno nulla a che fare: un’agenda con due giorni liberi produce inquietudine e ci spinge a cercare qualcosa da metterci, una casa silenziosa ci fa accendere immediatamente uno schermo, un rapporto che finisce ci spinge a cercarne un altro molto prima di aver capito cosa è accaduto nel primo. Riempire è la nostra prima mossa, sempre, e nella quasi totalità dei casi è la mossa che impedisce alla faccenda di risolversi.

È soprattutto nell’ultimo anno che ho imparato a stare nel vuoto, e non per scelta filosofica: mi si è presentato, come si presenta a tutti prima o poi, e all’inizio l’ho attraversato male, cercando di tapparlo con qualunque cosa avessi a portata di mano. Poi, per stanchezza più che per saggezza, ho smesso di riempirlo. E ho scoperto una cosa che non mi aspettavo: non era assenza. Si chiama vuoto per una convenzione linguistica che tradisce quello che è realmente, perché il vuoto non è una mancanza di materia, è uno spazio in cui qualcosa può finalmente prendere forma. Si tratta di uno dei posti più fertili in cui sia stata.

Chi ha un giardino conosce bene questa logica e non ha bisogno di teorie. I rami secchi non sono un problema estetico: se restano, la pianta continua a mandare energia dove non c’è più vita, e lo fa con la stessa fedeltà con cui la manderebbe a un ramo vivo, perché non sa distinguere. Tagliarli non è crudeltà, è manutenzione, e produce un vuoto — brutto da guardare per una stagione intera, con quell’aria di potatura fatta troppo severamente — che è la condizione perché il resto rigeneri. Nessuno pota sperando che non si veda: si pota sapendo che si vedrà, e accettando di stare per qualche mese davanti a una pianta più povera di prima.

Vale anche per i legami, con la differenza che qui la potatura fa male anche a chi la esegue. Non tutti i rapporti sono fatti per durare in eterno; alcuni hanno semplicemente esaurito quello che avevano da scambiarsi, e insistere in quel punto è nostalgia travestita da fedeltà, con l’aggravante che la nostalgia si sente in diritto di durare per sempre. La parte difficile non è chiudere: è resistere alla tentazione di rimpiazzare subito, perché il posto lasciato libero fa un rumore insopportabile e la prima persona che passa sembra sempre la persona giusta. Chi tappa quel buco in fretta si ritrova dopo qualche mese con la stessa dinamica di prima e una faccia nuova, e comincia a credere di avere una sfortuna particolare invece di avere un’abitudine.

Il vuoto ha poi una funzione più delicata, che si vede solo a distanza, e l’ho notata guardando dove sono nate le mie decisioni migliori. Non nelle settimane piene, dove al massimo si amministra: sono nate nei giorni in cui non c’era niente in programma, quando la testa smette di gestire e comincia a pensare, cosa che non fa mai se ha qualcosa da gestire. Le pause imposte — un’attesa lunga, un periodo fermo per un motivo qualunque, un anno che non era quello previsto — sono maestri sgradevoli e straordinariamente efficaci, perché da immobili si pensano cose che in movimento non si pensano, si rileggono anni di appunti, si riprendono progetti rimandati da sempre, e si scopre che molte delle cose che sembravano urgenti non erano nemmeno nostre.

Ho imparato anche che il vuoto non si attraversa spiegandolo. Nei periodi in cui c’è, la tentazione più forte è raccontarlo, dargli un significato, farne una fase con un nome, perché una fase con un nome fa meno paura di uno spazio senza forma. Ma il vuoto lavora solo se lo si lascia informe abbastanza a lungo, e ogni volta che gli ho messo un’etichetta troppo presto ha smesso di produrre.

Preferirei imparare tutto questo senza esserci costretta, e su questo lavoro ancora con risultati alterni, perché la fretta è un’abitudine muscolare e i muscoli non si convincono ragionando. Ma sul principio non ho più dubbi: prima si fa spazio, poi si vede cosa arriva. Chi riempie prima di aver fatto spazio non riceve niente di nuovo, sistema diversamente le stesse cose e chiama questo movimento un cambiamento.