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Anna Valeria Frigerio

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Le mie Donne

L'altra donna come specchio

Non ho mai scritto un incontro tra due donne come una semplice amicizia. È sempre un riconoscimento: due che si erano già viste, e che devono capire dove.

Non ho mai scritto un incontro tra due donne come una semplice amicizia. È sempre un riconoscimento: due che si erano già viste, e che devono capire dove.

Nel mio primo libro c’è un racconto scritto in seconda persona, Lo specchio e la rosa bianca, in cui qualcuno entra nella vita di una donna e le porge uno specchio chiedendole di guardarci dentro. Lei ci prova, vede soltanto la propria figura, e non capisce che cosa quell’estraneo pretenda di scorgere che lei non riesce a vedere. Poi lo guarda meglio e si accorge che quello sconosciuto è una lei. Quando l’ho scritto non sapevo che stavo fissando lo schema di tutti i miei romanzi successivi.

Perché è sempre così. In La mia Itaca Luce incontra Catia e ha immediatamente l’impressione di conoscerla da sempre; nel momento in cui si stringono la mano avverte una sorta di filo invisibile che si solleva dai loro corpi. Si scoprono identiche nelle reazioni, negli ordini al ristorante, nei vestiti che comprano separatamente e che risultano gli stessi, al punto che gli estranei le scambiano per sorelle e le figlie di Catia, la prima volta, esitano. In Mrs Moon Francesca porta addosso da trent’anni l’immagine di Luna, e ciò che la sconvolge non è il desiderio ma il fatto che quella donna l’abbia vista prima e meglio di chiunque altro.

Va detta subito una cosa, perché è la più fraintesa: non sto parlando necessariamente di amore romantico. Nei miei libri il riconoscimento tra due donne può prendere forme diverse — l’amicizia assoluta, la maternità elettiva, l’attrazione, il conflitto — ma la sostanza sta altrove. Sta nel fatto che l’altra funziona come uno specchio che restituisce una parte di sé che non era mai stata vista. È per questo che è così destabilizzante, e per questo che spaventa: chi ti riconosce ti mette anche di fronte a ciò che hai evitato di guardare per anni.

Queste donne, nei miei romanzi, sanno cose l’una dell’altra senza essersele dette. Luce si accorge di percepire il profumo della pelle di Catia quando lei è altrove, e sogna per due notti di seguito che le hanno portato via qualcosa di prezioso, e la mattina dopo scopre che è vero. Non è telepatia da romanzo, è la traduzione narrativa di un’esperienza che chiunque abbia avuto un legame di questa intensità riconosce: si arriva a un punto in cui l’informazione passa senza parole, in cui l’altra capisce dal velo nello sguardo, dal sorriso diverso, che qualcosa non va.

L’altro tratto che ho raccontato di continuo è la “perdita” del tempo. Quando queste due donne stanno insieme, il tempo smette di comportarsi normalmente: si incontrano la mattina e si ritrovano a pomeriggio inoltrato senza capire come sia stato possibile. Ho usato quest’immagine in ogni libro perché è l’unico segnale esterno di un fenomeno che altrimenti resterebbe invisibile. Non ci si annoia, non si aspetta, non si guarda l’orologio: si è nel posto giusto, e il posto giusto non ha orario.

C’è però un rovescio, e non l’ho mai nascosto. Un legame così può diventare una dipendenza, e in almeno un caso l’ho scritto per quello che è: una donna che si aggrappa a ogni parola dell’altra, che si rifugia in lei, che comincia a pensare che in lei siano riposte ogni risposta e ogni soluzione, che lei sia la cura. Non è sano, e lo dico attraverso la voce stessa della protagonista, che se ne accorge e lo scrive. Il riconoscimento restituisce identità solo se, a un certo punto, chi lo riceve impara a stare in piedi anche senza.

Non credo che queste donne si incontrino per caso, e nei miei libri non l’ho mai fatto credere a nessuno. C’è un momento preciso in cui una persona compare, e non è mai un momento qualunque: arriva quando l’altra ha maturato abbastanza consapevolezza per riconoscerla. Se fosse arrivata prima non sarebbe successo niente. Se fosse arrivata dopo, forse, sarebbe stato troppo tardi.