Salta al contenuto
Anna Valeria Frigerio

← Tutti gli appunti

Riflessioni

L'invidia

Il problema dell'invidia è che spesso conosce su di noi cose che preferiremmo non sapere.

È il sentimento che nessuno ammette, e forse l’unico che ci dice con precisione dove ci siamo fermati.

Nessuno dice di provarla. Si può confessare la rabbia, la paura, perfino una certa cattiveria, e si trova sempre qualcuno che annuisce; l’invidia no, l’invidia resta l’ultimo tabù, e chi la nomina lo fa attribuendola a qualcun altro. Eppure è un sentimento umanissimo, la proviamo tutti, e il fatto di non poterla dichiarare la rende molto più pericolosa di quanto sarebbe se le lasciassimo un po’ di spazio alla luce.

Quello che mi interessa non è giudicarla, ma leggerla. L’invidia ha una qualità che pochi sentimenti hanno: è precisissima. Non invidiamo tutto e non invidiamo tutti, invidiamo una cosa specifica in una persona specifica, e quella specificità è un’informazione che non si trova da nessun’altra parte. Non ho mai provato niente davanti a chi ha una carriera che non desidero, e ho sentito quel morso davanti a persone che si permettevano cose che io mi ero vietata. Il morso, ho scoperto, non parla di loro: dice esattamente dove ho smesso di camminare.

C’è poi da distinguere due cose che spesso confondiamo. L’ammirazione ci apre: guardiamo qualcuno e ci viene voglia di provarci, di imparare, di chiedere come ha fatto. L’invidia ci chiude e ci porta immediatamente a cercare il difetto, la spiegazione riduttiva, la scorciatoia che quella persona avrà pur preso, perché se avesse davvero fatto un lavoro allora quel lavoro potremmo farlo anche noi, e questa è la parte insopportabile. Non è l’altro a farci male: è la responsabilità che ci si presenta insieme al suo successo.

Quando riesco a stare ferma abbastanza a lungo davanti a quel morso senza scappare, sotto trovo quasi sempre una rinuncia. Devo però essere onesta fino in fondo, perché il discorso sulle rinunce viene raccontato quasi sempre come se fossero errori da rimediare, e non è così. Molte delle mie non sono state debolezze: sono state scelte. A un certo punto della vita ho dovuto fare dei compromessi e ho dovuto decidere a cosa dare tempo, perché il tempo è una quantità finita e nessuno può portare avanti tutto insieme senza fare male tutto. Ho scelto certe cose e per farlo ne ho lasciate indietro altre che pure mi interessavano, sapendo quello che stavo facendo, e rifarei quasi tutte quelle scelte allo stesso modo.

Il punto è che una scelta consapevole non elimina il rimpianto, e nessuno ci prepara a questo. Si può essere convinti di aver deciso bene e sentire ugualmente quel morso davanti a chi ha preso l’altra strada, e per anni ho interpretato quel morso come la prova di aver sbagliato. Non lo era. Era soltanto la parte lasciata indietro che mi salutava passando, e il fatto che facesse rumore significava che era viva, non che avessi commesso un errore. Chi ha scelto qualcosa sul serio prova sempre una fitta davanti alla vita che non ha fatto, e chi non la prova, probabilmente, non aveva scelto niente.

Da quando ho capito questo, l’invidia mi serve per due cose diverse e vale la pena distinguerle. A volte segnala una rinuncia che non era necessaria, che mi ero imposta per paura e non per priorità, e allora è un invito a riprendere in mano qualcosa. Altre volte segnala semplicemente il prezzo di una scelta giusta, e allora non c’è niente da fare se non riconoscere il costo e continuare per la mia strada, che è una forma di lutto piccolo e ricorrente di cui nessuno parla mai.

Ammetterla, in entrambi i casi, produce un effetto quasi immediato: si sgonfia. Le cose che riconosciamo si comportano bene, quelle che neghiamo agiscono da sole e trovano strade tortuose per uscire — la battuta acida, il complimento con la coda, l’entusiasmo un po’ troppo caloroso, il silenzio nel momento in cui gli altri festeggiano. Chi si accorge di provare invidia e riesce a dirselo, magari a una sola persona, smette quasi sempre di comportarsi male; chi giura di non provarla comincia, senza accorgersene, a fare cose che non farebbe mai.

C’è anche il lato opposto, che è più difficile da dire. Quando è capitato a me di essere invidiata, e capita a chiunque faccia qualcosa di visibile, la tentazione più forte è stata rimpicciolire: raccontare meno, minimizzare, aggiungere un difetto a ogni notizia buona per rendere la cosa sopportabile a chi ascoltava. È una gentilezza che sembra generosa e non lo è, perché decido io quanto l’altro può reggere. Ho preferito una regola più semplice: dire le cose come stanno alle persone che sanno stare nella loro gioia, e dire meno alle altre, senza giudicarle e senza fingere.

Preferisco considerare questo sentimento un segnale piuttosto che una colpa, e leggerlo come si legge una spia sul cruscotto: non dice che siamo cattive persone, dice dove guardare. E qualche volta, guardando, si scopre soltanto che avevamo scelto, e che ogni scelta lascia fuori qualcosa.