La lentezza è una forma di profondità
Ciò che conta non nasce in fretta. La profondità ha un ritmo che non può essere accelerato.
Viviamo in un tempo che sembra chiederci continuamente accelerazione: risposte rapide, contenuti immediati, storie che si consumano in pochi secondi e lasciano subito spazio a qualcosa di nuovo.
In questo ritmo, la lentezza appare quasi come una resistenza silenziosa, un modo diverso di stare dentro le cose.
Nel mio modo di scrivere, la lentezza non è mai stata una scelta estetica a posteriori ma una condizione naturale del processo. Le mie storie non arrivano mai in blocco, si avvicinano per frammenti, mi sussurrano qualcosa, iniziano a parlarmi, si chiariscono nel tempo. E soprattutto chiedono, anche a me, di essere ascoltate senza fretta.
Quando provo ad accelerare la scrittura, mi sembra quasi che il testo diventi più rigido, meno vivo, le frasi sembrano perdere una parte della loro respirazione interna. È come se la narrazione avesse bisogno di un suo tempo specifico per potersi sviluppare in modo organico ed è un tempo che non coincide quasi mai con quello esterno.
Lentezza. Len – tez – za. Per me è ascolto. Disponibilità a non forzare una forma prima che sia pronta a emergere.
Ci sono scene che richiedono giorni per essere comprese davvero, personaggi che si rivelano solo dopo averli lasciati in sospeso per un po’ di tempo, dialoghi che trovano la loro vera direzione solo dopo essere stati scritti, riscritti e poi lasciati decantare, come il vino.
La scrittura, per come la vivo, non è sempre immediata ma spesso ha bisogno di sedimentazione, dei ritorni. Di pensieri continui, riletture che cambiano leggermente la percezione iniziale e questo processo non può essere affrettato senza perdere qualcosa di essenziale.
Anche nella lettura, la lentezza ha un ruolo fondamentale e i miei libri non si lasciano attraversare velocemente, non perché siano complessi in senso tecnico, ma perché richiedono una certa disponibilità interiore. E, sono consapevole, non tutti l’abbiamo quella disposizione a sostare dentro le parole, invece che attraversarle rapidamente. Fermarci sui periodi e interiorizzarli per capire che dietro c’è altro.
Nei miei romanzi, questa dimensione è sempre presente come fosse un invito a non cercare subito la conclusione, ma a restare dentro il movimento. Osservare come le cose cambiano mentre vengono attraversate.
La lentezza permette proprio questo: vedere la trasformazione mentre accade. Se tutto si muove troppo velocemente, la trasformazione diventa invisibile e si vede solo l’inizio e la fine ma ciò che accade nel mezzo, che spesso è la parte più importante, si perde. Scrivere lentamente significa dare spazio a quel “mezzo”, a ciò che non è e non ha ancora forma, ma non è più solo intuizione.
Anche i personaggi, in questo tempo dilatato, cambiano natura, non sono più figure statiche, ma presenze che evolvono mentre vengono osservate e a volte è proprio la lentezza che permette loro di contraddirsi, di mostrarsi in modi inattesi, di sottrarsi a definizioni troppo rigide, di uscire dagli schemi.
Se ci pensiamo anche noi non siamo immediati, ci comprendiamo nel tempo attraverso stratificazioni continue di esperienza. Forse la scrittura, quando è lenta, riesce a rispettare meglio questa natura perché la accompagna.
Da un certo punto di vista, credo che la lentezza si anche una forma di fiducia perché ciò che è importante non ha bisogno di essere forzato per emergere: fidati del processo, mi viene da dire. Ciò che conta trova comunque il suo spazio, se gli viene concesso tempo. Tempo. Spesso in modo non evidente. Scrivere lentamente non significa perdere o prendere tempo ma significa permettere al tempo di fare il suo lavoro dentro la scrittura, chiarire, distillare e trasformare sia me che scrivo, mentre scrivo, sia chi mi legge.
Alla fine, ciò che resta di un testo non è mai la velocità con cui è stato scritto ma la profondità con cui è stato abitato.