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Anna Valeria Frigerio

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Memoria e Tempo

La memoria non ricorda in ordine

La memoria non è un archivio, ma un paesaggio interiore. Basta un odore, una voce o una canzone perché il passato torni a parlarci.

Se dovessi immaginare la memoria come qualcosa di concreto, non la vedrei mai come un archivio ordinato.

Non assomiglia a una vecchia libreria impolverata, e nemmeno a un’enorme stanza piena di scaffali numerati e di scatole etichettate con precisione, né a una linea del tempo che scorre in modo lineare e controllabile. Per come la vivo, assomiglia molto di più a uno spazio attraversato da correnti invisibili, dove a volte basta un dettaglio minimo per aprire una porta che pensavo chiusa da anni: un odore, una canzone, il rumore della pioggia contro un vetro, una frase detta da qualcuno in un momento qualsiasi. E all’improvviso non è più il presente a dominare, ma qualcosa o qualcuno che arriva da lontano senza chiedere permesso, che si insinua senza seguire un ordine e senza rispettare nessuna sequenza. La memoria arriva, e basta.

Non conserva quello che le consegniamo: conserva quello che decide, secondo criteri che non ci comunica e su cui non abbiamo diritto di voto. Ci sono momenti del passato che restano sorprendentemente nitidi, mentre altri, apparentemente più importanti, svaniscono fino a diventare quasi irreperibili: un pomeriggio insignificante rimane inciso con una precisione quasi dolorosa, ed eventi fondamentali si fanno sfocati, come se appartenessero a qualcun altro. Sembra esserci una sorta di intensità emotiva che non segue criteri logici e che decide cosa resta e cosa si allontana, e non serve protestare, perché la selezione è già avvenuta prima che ci accorgessimo che c’era una selezione in corso.

Mi sono resa conto che è proprio questo funzionamento irregolare a renderla così vicina alla mia scrittura. Nei romanzi raramente il tempo procede in modo lineare, e non perché si voglia complicare la narrazione, ma perché così funziona la coscienza quando la si osserva davvero da vicino: un pensiero ne richiama un altro, un ricordo si sovrappone a un’emozione presente, un’immagine del passato modifica il modo in cui interpretiamo ciò che stiamo vivendo, in un intreccio continuo che nessuno riesce a mettere in fila.

Scrivendo il mio secondo romanzo mi sono accorta che la protagonista non ricordava mai in ordine. Le sue memorie non si presentavano come capitoli ben separati, ma come frammenti che emergevano in base a ciò che stava vivendo nel presente, e da lì si apriva una scena lontana che non seguiva una logica cronologica bensì una logica, se così possiamo chiamarla, emotiva. All’inizio mi sono chiesta se fosse un problema di struttura, poi ho capito che era la struttura stessa della memoria, perché non ricordiamo mai come ci aspettiamo di ricordare: ricordiamo per come sentiamo.

Quando costruisco una storia non mi interessa ricostruire una sequenza perfetta di eventi, ma capire quali frammenti abbiano lasciato una traccia, quali immagini continuino a ritornare, quali sensazioni non si siano mai davvero dissolte. Non parto mai da una linea temporale: parto da momenti isolati che hanno una forza autonoma e che sento dentro come fossero un paesaggio interiore, e poi, lentamente, quei frammenti si attraggono tra loro perché condividono una stessa tensione emotiva. È come se la storia sapesse già dove vuole andare, anche quando io non lo vedo subito.

C’è poi una parte più seria del funzionamento della memoria, e la dico senza addentrarmi troppo perché è terreno delicato. Non dimenticare non è sempre una possibilità e dimenticare non è sempre un incidente: qualche volta la memoria seppellisce con intenzione, quando ciò che dovrebbe conservare non è sostenibile per la persona che dovrebbe conservarlo. È un meccanismo di protezione, e lavora in modo rozzo, perché non usa il bisturi: insieme al materiale pericoloso porta via anche quello innocuo, e può sparire un dolore e sparire, nello stesso pacco e senza inventario, tutto il resto di quegli anni, comprese le cose belle, i nomi, le facce, i pomeriggi. Quello che ho visto accadere, in me e in altri, è che queste cose ritornano, e ritornano quando siamo in grado di reggerle: è un processo che non si accelera e che non si evita, e si può soltanto decidere se restare a guardare o continuare a correre.

Un dettaglio, in tutto questo, mi ha convinta a fidarmi di quello che riemerge da sé. Quando risale un ricordo vero non arriva sotto forma di pensiero ordinato: arriva con la temperatura, l’odore, il rumore di fondo, la qualità della luce di quel giorno. La fantasia produce storie coerenti e ben montate; la memoria produce sensazioni fisiche disordinate e prive di conclusione, e su quelle è molto più difficile mentire.

Questa natura disordinata mi ha sempre affascinata, perché segue ciò che in qualche modo ci ha attraversati più profondamente, anche quando non lo riconosciamo subito o non lo comprendiamo del tutto. In questo senso la memoria non è soltanto un archivio del passato: è una forma di interpretazione continua del presente. Ciò che ricordiamo cambia il modo in cui viviamo quello che accade adesso, e ciò che viviamo adesso modifica il modo in cui ricordiamo il passato.

Non c’è mai una separazione netta, e ho smesso da tempo di cercarla.