La persona che ti sta cambiando la vita probabilmente non sta facendo niente
Esistono persone che non arrivano per restare, ma per aprire un varco. Il cambiamento non è ciò che ci danno, ma ciò che iniziamo a vedere grazie a loro.
C’è un momento, in certe amicizie, in cui ci accorgiamo di parlare di qualcuno come si parla di un evento meteorologico.
«Da quando l’ho incontrata è cambiato tutto.» E in effetti è vero: hai ricominciato a scrivere, hai cambiato lavoro, hai letto trenta libri in sei mesi, ti sei fatta domande che evitavi da vent’anni. Il collegamento sembra ovvio. Prima di lei no, dopo di lei sì.
Poi provi a ricostruire cosa ti abbia detto esattamente e scopri che sono due frasi, per giunta banali.
Il conto non torna: questa è la parte che ho impiegato più tempo ad ammettere, e la scrivo sapendo che a qualcuno darà fastidio.
Quasi sempre la persona che ci sta cambiando la vita non sta facendo niente di particolare. Sta vivendo la sua giornata, ha detto una cosa qualunque in un momento in cui noi eravamo porosi — e la porosità era nostra, non sua.
Jung lo diceva in un modo che a me sembra tra i più eleganti che abbia scritto: quasi nessuno si accorge che l’altro è se stesso. Quando qualcuno ci abbaglia, quello che stiamo vedendo con tanta intensità è materiale nostro, appoggiato su di lui. Una qualità che possediamo e non riusciamo ancora a riconoscerci addosso — la libertà, la calma, il coraggio, la capacità di stare da soli — la vediamo brillare sulla pelle di un altro e ci “innamoriamo” della sua pelle.
Non è una svalutazione dell’altro. È una restituzione a noi.
Se la frase «mi ha cambiato la vita» ti sembra ancora giusta, c’è una domanda che chiarisce parecchio in fretta: se questa persona sparisse domani, di quello che ho costruito quanto resterebbe in piedi?
Se resta tutto, hai incontrato un maestro. Se crolla tutto, non era un maestro: era un’impalcatura e, le impalcature servono, sono anzi indispensabili — ma vanno smontate, altrimenti l’edificio non lo vedi più e a un certo punto smetti perfino di costruirlo, perché è più facile aggrapparsi ai tubi.
Esistono davvero le persone-soglia. Compaiono in un momento preciso, aprono un varco e quasi sempre non lo sanno. A volte non sono neanche particolarmente sagge: sono soltanto arrivate nell’ora giusta.
Il guaio comincia quando ci accampiamo sulla soglia… ci portiamo il tavolino, la sedia, le fotografie… restiamo lì ad aspettare che ci apra un altro varco, poi un altro ancora — e nel frattempo non abbiamo attraversato nemmeno il primo.
Una porta serve per passare, ma devi fare attenzione perché se ci resti davanti abbastanza a lungo, smette di essere una porta e diventa un muro con la maniglia.
C’è una cosa che va detta, perché altrimenti questo discorso diventa comodo, e le cose comode raramente sono vere. Dire «è tutta proiezione» è comodo esattamente quanto dire «è tutto merito suo». Serve a non dovere più niente a nessuno. Ed è falso: il debito verso chi ci apre una porta è reale, va riconosciuto, e volergli bene non è una debolezza da smontare con la psicologia.
La differenza sta soltanto in una cosa, e non è piccola: la porta l’ha aperta un altro, il passo lo fai tu. Nessuno può camminare al posto nostro, e chi ci prova non ci sta salvando: ci sta portando dove vuole andare lui. In un mio romanzo una donna appare in sogno alla protagonista, la fissa e le dice: non inseguire me, insegui il varco. L’ho scritta senza capirla del tutto, come succede spesso alle frasi migliori. L’ho capita dopo, ed è questa: la gratitudine si può tenere. La dipendenza, no.