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Anna Valeria Frigerio

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Riflessioni

Le lettere che non spediamo mai

Ogni lettera non spedita custodisce una possibilità: non quella di cambiare l'altro, ma di comprendere meglio se stessi.

Ci sono parole che non nascono per essere dette, non subito, almeno. A volte nascono solo per restare dentro di noi e trasformarsi mentre restano lì.

Le lettere non spedite appartengono a questa zona intermedia della scrittura: uno spazio in cui il linguaggio non ha ancora deciso se diventare relazione o rimanere introspezione.

Nel tempo ho iniziato a considerarle una forma di verità particolare, più fragile, forse. Sicuramente più sincera.

Scrivere una lettera che non verrà inviata significa togliere dalla parola la necessità della risposta e quando non c’è risposta da attendere, qualcosa cambia nel modo in cui si scrive, le frasi diventano meno strategiche, meno costruite e più dirette, come se, sapendo che nessuno le leggerà, potessero finalmente permettersi di essere ciò che sono. Molte delle emozioni che attraversano i miei romanzi nascono da questo tipo di scrittura interiore non dichiarata né rivolta immediatamente a qualcuno ma profondamente relazionale, anche quando resta silenziosa.

In Mrs Moon, ad esempio, ci sono dialoghi che assomigliano a lettere non spedite, frasi lasciate a metà, risposte che non arrivano, silenzi che contengono più significato delle parole stesse. È come se la comunicazione non avvenisse in modo coerente, ma attraverso una serie di tentativi e pause dove si accumula il senso più profondo.

Le lettere non spedite hanno anche una funzione particolare: permettono di dire ciò che nella realtà non trova spazio per necessità di elaborazione. Alcune emozioni, nel momento in cui vengono scritte, sono ancora troppo vive per essere condivise perché ancora troppo confuse. Scriverle senza inviarle diventa allora un modo per non giudicarle, per attraversarle senza distruggerle ma accoglierle. Non consegnandole subito al mondo, la lettera resta in attesa e cambia e non è più solo un messaggio, diventa invece una trasformazione perché non è più rivolta all’altro, ma attraversata da chi scrive.

E a volte, quando si rilegge, non si riconosce più completamente ciò che si è scritto, come se quella versione di noi appartenesse già a un altro momento. Le lettere non spedite raccontano anche questo: il fatto che siamo in continuo cambiamento, anche mentre crediamo di essere fermi in un’emozione.

C’è poi un aspetto che le rende ancora più potenti: la loro incompletezza relazionale. Una lettera inviata entra in un circuito, attende, provoca, genera risposta. Una lettera non spedita resta sospesa e in questa sospensione si apre uno spazio in cui la relazione avviene comunque, ma in forma interna, in solitudine, come dialogo immaginato o confronto silenzioso. Come possibilità non realizzata che continua a vivere dentro di noi. A volte queste lettere restano nel tempo, non vengono mai cancellate del tutto e anche quando si dimentica di averle scritte, il loro contenuto continua a lavorare in sottofondo perché non sono mai solo parole su carta ma sono veri passaggi emotivi, tentativi di dare forma a qualcosa che ancora non aveva una forma precisa. Scrivere, in questo senso, diventa anche un modo per non agire subito, per non trasformare immediatamente ogni impulso in gesto, per lasciare che alcune cose si chiariscano prima dentro, e solo dopo, eventualmente, fuori. Non tutte le parole devono arrivare a destinazione ma permettere a chi scrive di capire dove si trova.