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Anna Valeria Frigerio

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Riflessioni

Le mani

Il tatto è il senso che non sa mentire, e per questo lo abbiamo circondato di regole.

È il primo senso che sviluppiamo e l’ultimo di cui parliamo. Dell’olfatto si dice che è evocativo, della vista che è dominante, dell’udito che è emotivo, e sul tatto cala un silenzio che non è casuale: toccare è la cosa più semplice del mondo e la più regolamentata, perché è l’unico senso che non funziona a distanza e che quindi richiede, sempre, un permesso.

Osservo le mani delle persone più delle facce. Le facce impariamo tutti ad aggiustarle, a controllarle, a fare quella cosa minima con la bocca che dovrebbe assomigliare a un sorriso; le mani no. Sul tavolo di un ristorante le mani sono un bollettino sincero: si vede se lavorano, se aspettano, se hanno paura, se stanno per dire una bugia. Chi si sta annoiando lo dice con le dita molto prima di dirlo con lo sguardo, e chi è a disagio trova sempre qualcosa da tenere, un bicchiere, una penna, un tovagliolo da piegare.

C’è poi la questione del contatto, ed è quella su cui abbiamo perso più terreno. Viviamo in un tempo in cui si parla moltissimo di vicinanza e ci si tocca pochissimo, e ho l’impressione che le due cose siano collegate: quando un canale si chiude, quello che passava di lì cerca di passare altrove, e finisce per intasare le parole, che non sono attrezzate per quel carico. Ci sono cose che nessuna frase riesce a comunicare e che una mano su una spalla trasmette per intero, in un secondo, senza possibilità di equivoco.

Nei momenti di dolore vero, del resto, il tatto è l’unica cosa che funziona. Chi ha assistito qualcuno lo sa: le parole diventano rapidamente inutili, si esauriscono in due giorni, e quello che resta è tenere una mano. Non è un gesto simbolico. È un’informazione che arriva a un livello dove le parole non arrivano, e comunica una cosa sola, che però è l’unica che serve in quel momento: sono qui, non me ne vado. Ho visto persone che non riuscivano più a parlare rispondere perfettamente a una mano.

Mi interessa anche il rapporto tra le mani e la memoria, perché è più affidabile di quello che passa dalla testa. Le mani ricordano cose che io non ricordo: come si impasta, come si sistema un colletto, il numero di giri di una chiave in una serratura in cui non entro da vent’anni. Sono ricordi che non si possono raccontare e che si possono solo eseguire, e quando arrivano portano con sé tutto il contorno, compresa la persona che era accanto a noi quando li abbiamo imparati. Non conosco modo più diretto per essere riportati indietro.

C’è infine una cosa che riguarda chi scrive, e che ho scoperto tardi. Scrivere è un gesto fisico, non mentale, e cambia a seconda dello strumento: quello che scrivo a mano e quello che scrivo alla tastiera non sono la stessa cosa, non hanno lo stesso ritmo e non dicono le stesse cose, perché la mano è più lenta della testa e quella lentezza obbliga a scegliere. Le pagine più oneste che ho scritto nascono quasi sempre dalla penna, e credo dipenda dal fatto che con la penna non si può correggere all’infinito: quello che è uscito è uscito, sta lì, con la sua sbavatura di inchiostro sul fianco della mano.

Toccare, in fondo, è l’unico modo che abbiamo per verificare che una cosa esista davvero. È per questo che i bambini portano tutto alla bocca e che noi, davanti a un oggetto prezioso in un museo, sentiamo esattamente lo stesso impulso, e ci tratteniamo perché siamo diventati adulti.

Ma quell’impulso è sano e dice una cosa giusta: che di ciò che non abbiamo toccato non siamo mai completamente sicuri.