Le mie Donne
Non le ho mai progettate. Arrivano già formate, con la loro età addosso e una faccenda irrisolta in tasca, e io mi limito a seguirle abbastanza a lungo da capire dove stanno andando.
Quando ho cominciato a scrivere non avevo in mente un tipo di personaggio, avevo in mente un tipo di silenzio. Il silenzio di una donna che a un certo punto della vita si accorge di aver sistemato tutto — la casa, il lavoro, gli affetti, le abitudini della domenica — tranne una cosa, e che quella cosa, per quanto la si spinga in fondo a un cassetto, continua a fare rumore. Da quel silenzio sono nate tutte le altre.
Hanno quasi sempre quarant’anni, e questo non è un dettaglio anagrafico ma la condizione stessa in cui possono esistere. Una ragazza di vent’anni ha ancora il tempo dalla sua parte, può rimandare, può decidere che ci penserà. Le mie donne no. Sono arrivate al punto in cui la vita ha già preso una forma, in cui certe strade sono state imboccate e certe altre no, e in cui l’unico movimento possibile non è più andare avanti ma tornare indietro e guardare. Le protagoniste dei dieci racconti de La chimica delle relazioni fanno l’inventario di quello che hanno costruito e lo trovano decoroso e vuoto. Luce, in La mia Itaca, ha un matrimonio solido, un lavoro, un carnevale prenotato da mesi, e un mal di testa che non passa. Francesca, in Mrs Moon, è una psicologa che ascolta tutti e non ha mai ascoltato sé stessa a fondo..
Sono donne che si sono costruite un’armatura e che ne sono, a modo loro, orgogliose. Hanno imparato presto a non piangere davanti agli altri, a tenere calmi i sentimenti troppo rumorosi, a sorridere con quel sorriso interrotto sulle labbra che nessuno vede interrotto. Questa è forse la cosa che le accomuna di più: non chiedono aiuto, lo aspettano. E quando l’aiuto arriva, arriva sempre da una direzione che non avevano previsto — una guida in Egitto, una professionista dello shiatsu, un corso di profumeria, una lettera di una figlia mai conosciuta.
Sono lucide, anche nel momento in cui perdono il controllo, una parte di loro sta guardando e prendendo appunti. È una forma di difesa, certo, ma è anche il motivo per cui possono raccontarsi in prima persona senza compatirsi: sanno esattamente quanto è stata colpa loro, quanto è stata colpa di altri e quanto non è stata colpa di nessuno. La protagonista di Domani è un altro giorno non dice di essere stata tradita, dice di essere stata cieca e di avere lasciato che accadesse. Non è una donna che si scusa e non è una donna che si assolve.
Hanno tutte bisogno di stare sole. Anche quelle che vivono in coppia da vent’anni, anche quelle che hanno figli, amiche, famiglie ingombranti. Si ritagliano stanze piccole, terrazzi, ore rubate al mattino presto, viaggi fatti apposta per non essere raggiungibili. La solitudine non è per loro una mancanza da riempire ma un luogo di lavoro: è lì che si accorgono delle cose.
E sentono prima. Non nel senso magico del termine, o almeno non solo: nel senso che registrano i segnali molto prima di potersi spiegare perché. Un’inquietudine davanti a un invito a pranzo, un fastidio alla gola, una coincidenza di troppo, un profumo che arriva quando non dovrebbe. Le mie donne vivono in un mondo che parla, e la loro fatica non è ascoltarlo, è ammettere di averlo ascoltato.
Quello che fanno, alla fine, è sempre la stessa cosa declinata in modi diversi: tornano indietro. Tornano su una professoressa sparita trent’anni prima, su una vacanza in Sicilia del 1982, su un pomeriggio d’infanzia, su una sorella perduta, su un’isola che credevano geografica e che si scopre essere una persona. E dal ritorno escono cambiate, mai guarite del tutto, spesso con una cicatrice in più e con l’impressione, che a loro basta, di essere finalmente dalla propria parte.
Non sono eroine. Non salvano nessuno, non risolvono niente di collettivo, non escono dalla pagina migliori di come sono entrate secondo qualche criterio morale. Sono donne che arrivano a dirsi la verità, che è la cosa più faticosa e meno spettacolare che si possa fare. Ho aperto La chimica delle relazioni con una frase che continuo a ritenere il fondamento di tutto quello che ho scritto dopo: le donne, quelle con la D maiuscola, le devi amare. Non capire, non spiegare, non correggere. Amare, che significa stare lì mentre si sbriciolano e mentre si rimettono insieme, e non andarsene.
In questa sezione racconto loro. Una alla volta, per famiglie di somiglianze, per gesti che si ripetono da un libro all’altro senza che io me ne accorgessi mentre scrivevo.