Le presenze
Ho abitato in una casa in cui qualcuno saliva e scendeva le scale. Il giorno in cui ho aperto la porta e ho detto ad alta voce che poteva andare, ha smesso.
C’è stata una casa, molto vecchia, in cui ho passato un’estate quasi sempre da sola. Le prime volte che ho sentito i passi al piano di sopra ho pensato a un ladro e sono rimasta immobile con qualcosa in mano, sentendomi sciocca. Le volte successive ho pensato agli assestamenti, alle travi, al caldo. Poi ho smesso di cercare spiegazioni e ho cominciato ad ascoltare, che è un’altra attività. I passi partivano dallo stesso punto, attraversavano il piano di sopra, scendevano le scale con una certa stanchezza, si fermavano nella stanza in cui stavo io, e poi una porta sbatteva. In quella casa, in quel periodo, non c’erano ancora porte montate.
Non ho avuto paura, ed è la cosa che mi ha sorpreso di più. Avevo la sensazione precisa di una richiesta, come quando qualcuno resta sulla soglia di una stanza e aspetta che tu ti accorga di lui. Ho fatto delle ricerche, ho scoperto chi aveva abitato lì e che una donna molto anziana era morta proprio in quella stanza, e alla prima occasione ho fatto l’unica cosa che mi veniva da fare, senza rituali e senza formule: mi sono alzata, ho aperto il portone e l’ho lasciato aperto, e ho detto ad alta voce che adesso poteva andare. Da quel giorno non ho più sentito né passi né porte.
La parte importante era quella, non i rumori. I rumori sono l’aneddoto, e gli aneddoti si raccontano bene alle cene e non servono a niente. Una presenza non chiede di essere creduta, chiede di essere congedata. Noi congediamo i morti con dei riti che riguardano il corpo e quasi mai con delle parole che riguardano loro, e mi domando se una parte di quello che chiamiamo infestazione non sia semplicemente qualcuno rimasto in attesa di un permesso che nessuno ha pensato di dargli.
Poi ci sono le presenze che non fanno rumore e si limitano a esserci. Case in cui gli oggetti cambiano posto e nessuno li ha spostati, interruttori che scattano in pieno giorno, il senso improvviso di non essere sola in una stanza, che non è angoscia e non è nemmeno un pensiero: è una percezione fisica, come l’aria che si sposta quando qualcuno entra. Non le considero intrusioni. Alcune sono coinquiline, e mi sono accorta che compaiono più spesso nei periodi in cui sto attraversando qualcosa di faticoso, come se il coperchio si allentasse.
E poi c’è la categoria più difficile da raccontare senza sembrare fuori di testa, che è quella degli incontri. Persone conosciute in circostanze del tutto ordinarie, con cui si è chiacchierato, da cui si è comprato qualcosa, e di cui si scopre dopo — a volte molto dopo, per una frase detta a caso da qualcun altro — che non erano più al mondo da anni. Ho vissuto una cosa di questo tipo e la trovo ancora oggi la più inspiegabile di tutte, perché non è una sensazione, è un dialogo, con dei contenuti verificabili che si sono rivelati esatti.
Non ho prove di niente. Non ho fotografie, non ho testimoni che possano confermare, e in un caso il solo oggetto che avrebbe fatto da riscontro si è rovinato prima che potessi mostrarlo, cosa che considero curiosa e che non porto come argomento. So benissimo che le vecchie case si muovono, che la memoria di un volto è la cosa più malleabile che abbiamo, che il lutto produce presenze perché il cervello continua a cercare chi non c’è più, e che chi vuole vedere vede. Non discuto nessuna di queste spiegazioni, e per la maggior parte dei casi le adotterei io per prima.
Quello che non riesco a far entrare nelle spiegazioni è la sobrietà di questi episodi. Non sono spettacolari, non hanno un messaggio da consegnare, non annunciano niente. Un uomo anziano che parla di suo figlio con orgoglio, una donna che deve finire di sistemare delle cose prima di andarsene, dei passi stanchi che scendono una scala. Se fosse desiderio, il desiderio sarebbe più ambizioso: chiederebbe rivelazioni, non conversazioni sulla pizzeria del figlio.
Alla fine ho preso una posizione che non è una fede e non è nemmeno un’ipotesi, è un modo di stare al mondo. Do per buono che qualcuno resti. Non mi spavento, non lo racconto in giro come un fenomeno, e quando sento che c’è mi limito a fare la cosa più semplice che si possa fare per chiunque stia sulla porta senza decidersi: gli dico che va bene così, che può andare. Nella maggior parte dei casi, dopo, la casa torna silenziosa.