Le storie ci scelgono?
Scrivere, a volte, non significa inventare una storia, ma riconoscere quella che ci stava già cercando.
C’è un momento, nella nascita di un libro, nel momento della “posa della prima parola”, che non riesco mai a collocare con precisione. Non è l’idea iniziale né il primo appunto. Non è nemmeno la decisione consapevole di iniziare a scrivere ma qualcosa che accade prima e che riconosco solo dopo, come se una storia avesse già iniziato a muoversi dentro di me molto tempo prima che avessi deciso di darle ascolto. Per questo mi sono spesso chiesta se sono davvero io a scegliere le storie, o se siano le storie a scegliere me.
All’inizio sembra una domanda quasi romantica, una suggestione letteraria, poi, con il tempo, diventa qualcosa di più concreto. Ci sono narrazioni che restano lì, ferme, silenziose, per anni, senza insistere, senza imporsi e non se ne vanno. Tornano in forme diverse, in momenti inattesi, a volte come una sensazione che non trova ancora un nome e a un certo punto mi accorgo che non è più possibile ignorarle.
Quando ho iniziato a scrivere La mia Itaca, non avevo la percezione di stare “scegliendo” una storia, avevo piuttosto la sensazione che qualcosa stesse cercando una forma attraverso di me, come se la scrittura fosse un passaggio, come se dovessi liberare qualcosa non necessariamente mio. Era una fase in cui la storia non è ancora mia, ma stava già vivendo in me e chiedeva spazio.
Alcune storie bussano piano, altre restano in attesa per anni. Altre ancora si presentano con una chiarezza improvvisa, quasi spiazzante, come se fossero sempre state lì e noi non ce ne fossimo mai accorti davvero.
Non credo che tutte le idee abbiano lo stesso peso, alcune sono semplici intuizioni passeggere, altre, invece, hanno una persistenza diversa, non si dissolvono con il tempo, cambiano forma, ma restano e insistono e quando questo accade, la scrittura non è più soltanto un atto creativo ma diventa qualcosa che non è del tutto definito perché ha una sua forza interna e i personaggi esistono prima ancora di essere scritti, come presenze in attesa di essere visti e in attesa di una voce che li renda visibili. E quando finalmente emergono, non è mai un processo completamente controllabile.
Non si tratta di costruirli da zero, ma di riconoscerli, di lasciarli diventare ciò che, in qualche modo, erano già in potenza. È anche per questo che, spesso, modifico poco le prime intuizioni, perché sento che in quelle prime forme ancora grezze c’è una verità che non andrebbe forzata. La scrittura, in questi casi, diventa un ascolto più che una progettazione, una sorta di tentativo di non interrompere qualcosa che sta già accadendo e forse è qui che nasce l’idea che le storie ci scelgano.
Non tutte le persone raccontano le stesse storie e non tutte le storie possono essere raccontate da chiunque. C’è una sorta di risonanza, difficile da spiegare razionalmente, che lega un autore a certe narrazioni e non ad altre, come se alcune esperienze interiori trovassero, a un certo punto, il loro linguaggio naturale in quello scrittore e quel linguaggio, una volta trovato, non può più essere ignorato. Scrivere, allora, diventa anche un atto di riconoscimento sia di ciò che vogliamo dire, ma anche di ciò che non possiamo più tacere e questo cambia completamente la prospettiva perché non si tratta di “inventare” una storia ma di darle spazio, seguirla mentre prende forma, mentre cresce, accettare che, a volte, non siamo noi a guidare completamente il processo, ma qualcosa che ci precede e ci accompagna.
E quando poi una storia si conclude, resta sospesa, leggera, una domanda: era davvero una scelta o era qualcosa che, semplicemente, doveva essere scritto in quel momento preciso?