Musica
La musica, una compagna. E come tutte le compagne sa quando c'è bisogno di lei e quando è meglio uscire dalla stanza.
Entro in casa e accendo la musica, sempre, prima di qualunque altra cosa: chiavi sul mobile e musica. Lo stesso in auto, anche per due chilometri, anche per andare a fare la spesa. È un gesto che faccio da tanto tempo con la naturalezza con cui altri accendono la luce, e da fuori può sembrare il bisogno di coprire un silenzio che si fa sentire troppo, mentre è l’operazione opposta: il rumore copre, la musica scopre. Il rumore serve a non sentire; la musica obbliga a scendere di due o tre piani dentro di sé, dove normalmente non si va per mancanza di tempo o di coraggio, e dove una volta arrivati si trova sempre qualcosa che stava aspettando.
Per questo dico che la musica aumenta il silenzio, che a leggerlo sembra una contraddizione e che invece è la descrizione esatta di quello che accade. Il silenzio di una stanza vuota è un silenzio nervoso, pieno di suoni piccoli che chiedono attenzione — il frigorifero, la strada, un pensiero di lavoro che torna — nel quale è quasi impossibile pensare qualcosa di profondo. Il silenzio che si apre dentro quando parte la canzone giusta è di un’altra qualità: è largo, caldo, non chiede niente, e sospende tutte le voci che di solito commentano quello che stiamo facendo.
C’è però un momento in cui la musica non entra, e mi ha stupita scoprirlo: quando scrivo non la metto. Mi disturba. Quello che in ogni altra circostanza mi porta dentro, mentre scrivo mi porta via, perché una canzone ha già un suo ritmo, una sua emozione, una sua direzione, e finisce per imporli alla pagina; e la pagina, se sta funzionando, ha una musica propria che non tollera concorrenza. Lo trovo un dettaglio molto rivelatore del rapporto che ho con lei: se fosse un sottofondo, un tappeto sonoro contro il vuoto, non mi darebbe nessun fastidio in nessuna circostanza. Dà fastidio proprio perché è una presenza, e due presenze forti nella stessa stanza si contendono l’attenzione.
La sua funzione più straordinaria, in ogni caso, è quella di custodire. A ogni ricordo importante io associo una musica, e il legame funziona nelle due direzioni: ci sono canzoni che aprono un’intera stagione della vita nel giro di quattro note, e ci sono stagioni che, quando le ripenso, arrivano con una colonna sonora precisa che non ho scelto io. La stessa cosa mi succede con i profumi, e a volte le due cose si intrecciano: un odore richiama una canzone, una canzone richiama un odore, e insieme ricostruiscono un pomeriggio intero con una precisione che nessuna fotografia riesce a ottenere. Sono i due sensi che lavorano senza passare dal ragionamento, entrano dalla porta di servizio e quando ce ne accorgiamo l’operazione è già avvenuta.
Ho un uso molto tecnico della mia discoteca e nessuna vergogna a dichiararlo. Ci sono canzoni-rifugio, quelle che si mettono per non pensare, per attraversare un pomeriggio difficile senza fare danni, e ci sono canzoni-scalpello, quelle che si mettono quando bisogna piangere e non ci si riesce, quando il dolore è fermo da giorni e non trova la strada per uscire. Vanno distinte con precisione e non vanno mai confuse, perché usare uno scalpello quando serviva un rifugio è un errore che si paga per due giorni. Chiedere a un pezzo di fare il lavoro sporco al posto nostro non è debolezza: è l’uso corretto dello strumento, e la musica esiste anche per questo da molto prima che nascesse qualunque teoria sul benessere.
Poi c’è la cosa che mi commuove di più e che è la più difficile da spiegare a chi non l’ha provata: la musica trasporta le persone. Si mette su un disco e nella stanza entra qualcuno che non c’è più, con il suo modo di stonare, con la sua mania di anticipare il ritornello, con la postura da tenore della domenica mattina. Non è nostalgia, e la differenza sta tutta nel risultato: la nostalgia chiude, ci lascia più soli di prima, ci fa misurare una distanza; questa cosa invece apre, tiene compagnia, riporta in casa una presenza per la durata di un brano e ci restituisce in condizioni migliori di quelle in cui ci aveva trovati.
C’è infine una qualità che mi fa pensare che la musica sia una lingua più antica della nostra: non ha bisogno di traduzione. Si può essere commossi da un canto di cui non si capisce una parola, in una lingua che non si è mai studiata, scritto da qualcuno morto da tre secoli, e nessuno può spiegare con precisione perché una successione di intervalli produca in noi una malinconia riconoscibile.
Una casa senza musica funziona perfettamente: si mangia, si dorme, si lavora. Semplicemente ci si abita meno in profondità, e chi ha provato l’altra versione non riesce più a tornare.