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Anna Valeria Frigerio

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Simbolismo

Orientarsi

Non sempre ci manca una direzione. A volte ci manca il nord.

Prima di scegliere una direzione bisogna sapere da che parte arriva la luce. È un’operazione da rifare ogni tanto, perché il punto si sposta.

Orientarsi, alla lettera, significa trovare l’oriente: individuare da dove viene la luce e sistemare tutto il resto in rapporto a quel punto. È quello che si faceva prima di costruire qualunque cosa, e non per devozione: senza un punto di riferimento non esiste posizione, e senza posizione non si può nemmeno dire di essere perduti, si può soltanto essere confusi senza saperlo.

Abbiamo smesso di farlo e abbiamo sostituito quell’operazione con la mappa, che è una cosa completamente diversa. La mappa dice come si arriva da un punto noto a un altro punto noto, ed è utilissima per gli spostamenti; non dice nulla su dove convenga andare, e non serve assolutamente a niente quando il territorio non è quello previsto. Nei momenti difficili della vita, quelli in cui davvero non si sa che fare, non manca la mappa: manca il nord. E continuare a consultare mappe in quella condizione è la forma più diffusa di attività inutile, oltre che il modo più elegante di non decidere.

Trovare il proprio nord non è un gesto poetico, è una domanda molto concreta e piuttosto crudele: che cosa considero luce, io. Non cosa dovrei considerare, non cosa considerano le persone che stimo, non cosa ho scritto anni fa in un momento di entusiasmo e ho continuato a ripetere per coerenza. Adesso. Le risposte che ho dato a questa domanda in tempi diversi non coincidono, e per un periodo la cosa mi ha preoccupata, come se l’incoerenza fosse un difetto di carattere; poi ho capito che il sole sorge ogni giorno un po’ più a destra o a sinistra del giorno prima, che il punto si sposta con le stagioni, e che chi non verifica mai continua a camminare verso un punto in cui la luce non c’è più da tempo.

C’è una parte di questo lavoro che non piace a nessuno e che è inevitabile: prima della luce c’è il buio, e non un buio metaforico. Ogni cambiamento serio comincia con un periodo in cui non si vede niente, non si capisce niente, e le vecchie categorie non funzionano più mentre le nuove non sono ancora arrivate. Chi tenta di saltare quella fase — passando direttamente dalla vecchia certezza alla nuova, senza attraversare il tratto in cui non si è sicuri di nulla — non cambia: cambia opinione, che è un movimento superficiale e perfettamente reversibile. Il buio non è un incidente sul percorso, è la prima parte del percorso.

Ho imparato anche a diffidare delle luci troppo forti e troppo immediate, e mi sembra la parte più utile di tutta la faccenda. Le rivelazioni improvvise mi hanno quasi sempre ingannata, non perché fossero false ma perché arrivavano in un momento in cui avevo bisogno di una risposta qualsiasi, e qualunque cosa luminosa mi sembrava quella giusta. La luce che serve non ha niente di spettacolare: assomiglia a un chiarore che cresce lentamente all’orizzonte e che per la prima mezz’ora permette soltanto di distinguere le forme senza i colori. Basta per iniziare a camminare, e non serve altro.

Infine la parte più pratica, quella che rende tutto questo un esercizio quotidiano e non una riflessione da fine anno. Orientarsi non è una decisione presa una volta per sempre, è una verifica che si fa continuamente, ogni mattina in cui si decide cosa mettere per primo nella giornata. Perché la direzione non si perde con le scelte grandi, che sono rare e su cui in genere stiamo attenti: si perde con le piccole, cento volte, in silenzio, sempre nella stessa direzione, e ci si accorge dello scarto soltanto dopo anni, quando la distanza dal punto in cui volevamo andare è diventata troppo grande per essere spiegata con la sfortuna.

Voltarsi ogni tanto a controllare da che parte arriva la luce non è un gesto mistico. È la sola cosa che impedisce di camminare per vent’anni, con grande impegno, nella direzione sbagliata.