Perché scriviamo?
Scrivere non significa raccontare una storia, ma fermarmi abbastanza a lungo davanti a una domanda da lasciarle trovare la sua voce.
Ci sono domande a cui, probabilmente, non esiste una risposta definitiva.
Una di queste è proprio questa.
Perché scriviamo?
Me lo sono chiesta molte volte. Me lo chiedevo quando avevo quattordici anni e rivisitavo brani di teatro a modo mio, quando scrivevo poesie e riempivo quaderni che non avrei mai fatto leggere a nessuno. Me lo sono chiesta anni dopo, quando quei racconti hanno iniziato a prendere la forma di racconti brevi e poi romanzi e continuo a chiedermelo ancora oggi, ogni volta che apro un nuovo file bianco e mi ritrovo davanti una storia che ancora non conosco.
Molte persone pensano che scrivere significhi avere qualcosa da raccontare, per me è l’opposto, scriviamo perché c’è qualcosa che ancora non comprendiamo. Ogni cosa che scrivo nasce da una domanda, non da una risposta. Le risposte chiudono, le domande aprono. Un romanzo non pretende di spiegare il mondo come potrebbe fare un saggio, ma lo osserva, lo attraversa e, se è fortunato, riesce a illuminarne per un istante una piccola parte di chi lo accoglie.
Quando ho scritto La mia Itaca non volevo raccontare semplicemente la storia di Luce ma volevo interrogarmi sul significato degli incontri, sul caso e sul destino, sulle coincidenze che sembrano guidare alcune tappe della nostra vita. Mi domandavo se davvero alcune persone entrino nella nostra esistenza per un motivo specifico e se esistano relazioni che arrivano per mostrarci qualcosa di noi stessi.
Con Mrs Moon le domande erano diverse. Mi interessava capire cosa faccia davvero il tempo. Se guarisca oppure trasformi, se cuce o taglia. Se i ricordi rimangano identici oppure cambino insieme a noi, se una persona possa continuare a vivere dentro un’altra anche quando è lontana o non c’è più. Ogni romanzo, almeno per me, è un viaggio dentro un interrogativo e ogni cosa che scrivo non finisce mai con una risposta.
Mentre scrivo succede quasi sempre la stessa cosa: all’inizio penso di essere io a guidare la storia, poi, lentamente, mi accorgo che sta accadendo il contrario e sono i personaggi a portarmi dove non avevo previsto di arrivare. Mi costringono a guardare parti di me che forse non avevo ancora osservato, mi mettono davanti paure, nostalgie, fragilità, desideri che appartengono certamente a loro, ma che, in qualche modo, appartengono anche a me, seppur in modo diverso.
Per questo scrivere è un esercizio di sincerità.
Non significa raccontare la mia vita, anzi, spesso i miei personaggi sono molto diversi da me anche se sembra che io li racchiuda tutti. Significa invece avere il coraggio di riconoscere le emozioni che mi attraversano e lasciarle esistere sulla pagina senza cercare di renderle migliori o più ordinate.
Qualcuno mi ha chiesto se scrivere sia terapeutico. La risposta è sì, ma non nel senso più comune del termine perché non scrivo per liberarmi di qualcosa, scrivo per capirla.
La scrittura rallenta il pensiero, mi obbliga a restare davanti a una domanda più a lungo di quanto farei nella vita quotidiana, è un tempo diverso, fatto di osservazione e accoglienza. Mentre il mondo ci invita continuamente ad andare avanti, a velocizzare, a produrre, a dimenticare… scrivere chiede il gesto opposto: fermarsi. Osservare. Ascoltare. Aspettare. E tutto sommato mi piace.
Credo sia proprio questo che amo della narrativa: il rientrare in un mondo diverso e bearsi della sua lentezza. Una storia diventa davvero importante quando permette al lettore di riconoscersi, anche se non ha mai vissuto le stesse esperienze del protagonista.
Non importa se Luce è stata davvero in Egitto o Francesca attraversa vent’anni della sua vita. Ciò che conta è che, prima o poi, tutti abbiamo attraversato una caverna oscura e paurosa, tutti abbiamo avuto paura di perderci o affogare e non risalire. Tutti abbiamo cercato un luogo da chiamare casa.
Il compito delle storie è ricordarci che le nostre domande non sono soltanto nostre perché anche qualcun altro, prima di noi, da qualche parte, si è chiesto le stesse cose. Non siamo soli.