Prima di aggiungere, si toglie
Chi restaura lo sa: nulla si salva senza prima guardare in profondità, e nulla si aggiunge senza prima levare.
Il mestiere di chi restaura mi ha sempre insegnato più di quanto avessi chiesto. C’è una regola, in quel lavoro, che a sentirla la prima volta sembra soltanto tecnica e invece è quasi una regola di vita: nulla si aggiunge senza prima levare. Prima di intervenire si osserva a lungo, si studia la stratificazione, si capisce cosa è originale e cosa è stato messo sopra da mani precedenti, spesso con le migliori intenzioni e con esiti disastrosi. Solo dopo, con pazienza, si comincia a togliere. E ogni gesto deve essere reversibile, cioè fatto in modo che chi verrà dopo di noi possa disfarlo senza rovinare niente.
Ci ho pensato a lungo, perché noi facciamo esattamente il contrario. Davanti a qualsiasi disagio la nostra reazione è aggiungere. Una vita che non ci soddisfa? Aggiungiamo un corso, un viaggio, un progetto, un’attività nuova al martedì sera. Una relazione che scricchiola? Aggiungiamo parole, chiarimenti, spiegazioni, messaggi lunghissimi scritti alle undici di sera che il giorno dopo rileggiamo con imbarazzo. Una casa che non ci piace? Aggiungiamo oggetti. Un vuoto? Aggiungiamo rumore. È un riflesso quasi automatico e ha una sua logica: aggiungere si vede, produce movimento, dà la sensazione confortante di stare facendo qualcosa. Togliere non si vede. Togliere sembra pigrizia, sembra resa, e non lo si può raccontare a nessuno perché non c’è niente da mostrare.
Eppure quasi tutte le volte in cui qualcosa si è sistemato, nella mia vita, non è stato perché avevo aggiunto un pezzo. È stato perché ne avevo tolto uno.
La cosa più difficile, in questa faccenda, è la fase preliminare: guardare in profondità prima di intervenire. Chi restaura non comincia mai dal gesto, comincia dall’osservazione, e passa più tempo a guardare che a lavorare. Noi invece interveniamo subito, e quasi sempre sullo strato più superficiale, quello che dà più fastidio all’occhio. Cambiamo lavoro quando il problema era il modo in cui ci stavamo dentro; cambiamo casa quando il problema era chi ci abitava insieme a noi, compresa noi stesse; cambiamo persona quando il problema era una domanda che non ci eravamo fatte. E lo strato sotto, quello vero, resta lì intatto, pronto a riemergere alla prima occasione con una fedeltà che dovrebbe farci sospettare.
Da qualche tempo applico un criterio e lo applico senza sconti, anche perché è l’unica cosa concreta che ho ricavato da tutto questo ragionare. Prima di aggiungere qualcosa alla mia settimana, mi chiedo cosa sto per coprire. Non cosa mi darà: cosa coprirà. Perché a volte la risposta è onesta e sana — coprirà una noia, e la noia va anche coperta ogni tanto — mentre altre volte la risposta è che sto per stendere una bella mano di vernice fresca sopra una crepa che avrei dovuto guardare. Un impegno nuovo preso nel momento sbagliato non è un arricchimento: è un intonaco.
C’è poi la questione della reversibilità, ed è la parte che porto con me più di tutte. In quel lavoro nulla si fa in modo definitivo: si usano materiali che si possono rimuovere, si documenta ogni passaggio, si lascia a chi verrà la possibilità di correggere. È una forma di umiltà rara, quasi commovente se ci si pensa: il restauratore sa che il suo intervento è provvisorio e che l’opera gli sopravvivrà. Noi invece prendiamo decisioni definitive con una sicurezza che spesso non abbiamo, e le difendiamo per anni solo perché tornare indietro assomiglierebbe a un fallimento. Una scelta che si può disfare, invece, non è una scelta debole. È una scelta fatta da qualcuno che ha ancora intenzione di crescere.
E infine, la sorpresa. Chi toglie non sta impoverendo, sta scoprendo. Sotto le mani di chi sa levare non compare il vuoto: compare quello che c’era già e non si vedeva più, i colori originali, la forma esatta, il disegno che qualcuno aveva tracciato all’inizio e che era stato coperto da secoli di aggiunte ben intenzionate. Nessuno lo ha creato in quel momento. Era lì.
Sospetto che valga anche per noi, e che gran parte di quello che andiamo cercando così affannosamente all’esterno non vada costruito ma soltanto scoperto, un centimetro alla volta, togliendo con pazienza tutto ciò che ci è stato messo sopra — dagli altri, dalle circostanze, e in misura molto maggiore di quanto ci faccia comodo ammettere, da noi.