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Anna Valeria Frigerio

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Fili invisibili

Quando incontri qualcuno che sembra tu abbia già conosciuto

Ci sono persone con cui salti tutta la parte iniziale, quella in cui ci si racconta la biografia. Non perché tu abbia fretta, ma perché ti sembra di averla già ascoltata.

La prima volta che è successo avevo l’età in cui si è convinti che le cose vadano spiegate. Ho stretto la mano a una donna che non avevo mai visto e per una frazione di secondo ho avuto la sensazione fastidiosa di rivederla, come quando incontri per strada qualcuno che conosci ma non ricordi da dove. Ho passato i giorni successivi a rovistare nella memoria per capire dove ci fossimo già incrociate, e non ho trovato niente, perché non c’era niente da trovare.

Quella non era memoria, era riconoscimento, e sono due cose diverse. La memoria collega un volto a un episodio. Il riconoscimento non collega niente: dice soltanto che quella persona non è nuova, e lo dice con una certezza che la ragione non riesce a scalfire.

Ha dei segnali abbastanza costanti. Il primo è che con quelle persone si salta la fase preliminare, quella in cui ci si presentano le credenziali, si dice cosa si fa nella vita, si cercano conoscenze in comune. È come se quella parte fosse già stata fatta e a nessuno dei due andasse di rifarla, quindi si comincia direttamente dal centro, il che dall’esterno può sembrare perfino sgarbato. Il secondo è la contemporaneità: le stesse frasi dette insieme, la stessa scelta al ristorante fatta separatamente, la stessa reazione davanti alla stessa cosa, e non una volta, con una frequenza che a un certo punto smette di far ridere e comincia a far pensare. Il terzo, il più netto, è quello che succede al tempo. Ci si vede la mattina e ci si ritrova a pomeriggio inoltrato senza avere idea di come sia successo, e non per la quantità di cose che ci si è dette, ma perché in quelle ore non si è mai guardato l’orologio: non c’era niente da aspettare.

Su questo genere di legami esistono parole precise, e a me hanno fatto comodo, anche se le uso con cautela perché sono diventate scivolose. Si parla di anime affini per indicare chi ci somiglia e con cui ci si riposa, e si parla di anime karmiche per indicare qualcosa di più ruvido: un incontro che non arriva per consolarci ma per rimetterci in discussione, e che può avere la faccia di un amore, di un’amicizia, di una parente ingombrante o perfino di una persona che ci ha fatto molto male. È qui che vorrei essere chiara, perché è il punto in cui questi discorsi si addolciscono e diventano innocui: il criterio di riconoscimento non è il bene che una persona ci fa. Non è la dolcezza, non è l’armonia, non è nemmeno l’affetto. È l’entità dello spostamento. Chi ci riconosce ci obbliga a guardare cose che avevamo sistemato con cura, e quasi sempre lo fa senza volerlo e senza saperlo.

Le obiezioni ragionevoli le conosco tutte, e non le trovo stupide. La familiarità è un meccanismo del cervello, ci fidiamo istintivamente di chi ci ricorda qualcuno che ci ha fatto del bene, e certe coincidenze le notiamo perché le stiamo cercando: chiunque abbia in testa un’idea trova ovunque le prove che la confermano. Aggiungo un’obiezione mia, che è più severa di quelle che mi sono sentita fare: il desiderio è bravissimo a travestirsi da destino. Quando una persona ci interessa moltissimo, dire che la conosciamo da altre vite è un modo elegante per non ammettere che semplicemente la vogliamo, e per darle un peso che non ha ancora meritato.

Eppure. Una spiegazione del meccanismo non è una spiegazione del significato. Che il mio cervello riconosca schemi non mi dice perché quel giorno, quella persona, quel momento della mia vita e non un altro. Le persone che ho riconosciuto non sono arrivate quando le desideravo, sono arrivate quando ero pronta a sostenerle, che è una cosa molto diversa e molto meno comoda: se fossero arrivate cinque anni prima non sarebbe successo niente, le avrei archiviate tra le conoscenze piacevoli e non me ne ricorderei più.

C’è un ultimo aspetto, ed è quello che determina il modo in cui sto dentro questi legami. Il riconoscimento non è una promessa. Non garantisce che due persone resteranno insieme, non garantisce nemmeno che si capiranno, e in certi casi non garantisce che il rapporto sarà sopportabile. Garantisce solo che quell’incontro conta. Ho conosciuto persone che ho riconosciuto immediatamente e con cui, dopo qualche anno, non avevo più niente da dirmi, e questo non ha tolto nulla a ciò che c’era stato: aveva funzionato, aveva fatto la sua parte, era finito.

Quello che continuo a portarmi dietro, e che non riesco a smontare per quanti argomenti mi si mettano davanti, è la sensazione di ripresa. Non l’inizio di qualcosa, la ripresa di qualcosa. Come quando si riapre un libro lasciato aperto sul comodino la sera prima e si ricomincia esattamente dalla riga in cui ci si era addormentati, senza bisogno di tornare indietro. Con certe persone la domanda giusta non mi è mai sembrata chi sei. Mi è sempre sembrata: dove eravamo rimaste.