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Anna Valeria Frigerio

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L'incontro con l'Altro

Quando l'altro smette di rispondere

Il silenzio dell'altro non parla sempre di noi, a volte è proprio l'assenza a mostrarci ciò che, senza accorgercene, avevamo affidato a qualcun altro.

Non c’è stato un litigio. 

Non c’è stata una frase brutta, una porta sbattuta, niente che si possa raccontare a un’amica con un principio e una fine. Semplicemente a un certo punto i messaggi hanno cominciato ad arrivare più tardi, poi più corti, poi non sono più arrivati, e tu sei rimasta lì, con in mano un silenzio che non sai come si tiene.

La prima cosa che fa la mente è riempire, non riesce a farne a meno: è costruita per chiudere le figure, e un buco è insopportabile. Così ricostruisci: quella cena in cui hai parlato troppo, la frase di tre settimane fa, il tono di quel messaggio che magari… Con due indizi ti fai un romanzo di duecento pagine, e il protagonista in negativo sei sempre tu.

Poi succede la cosa più faticosa: cominci a scriverle, le spiegazioni. 

Non le mandi — o peggio, le mandi — ma le scrivi, e ogni versione è un tentativo di ottenere una risposta che non sta arrivando.

La verità sgradevole (e quella che consola) è che quasi mai riguarda te. Le persone si ritirano per motivi loro, che spesso non saprebbero nemmeno spiegare, e la fantasia che il loro silenzio sia un giudizio su di noi è, se ci pensi, una forma rovesciata di narcisismo: presuppone che noi siamo al centro dei loro pensieri proprio nel momento in cui non lo siamo affatto. Il dolore resta legittimo lo stesso, non è che se «non riguarda te» allora non fa male. Fa male perché una presenza c’era e adesso non c’è, e il corpo lo sa prima della testa.

Finché la domanda rimane “ma perché non risponde”, non se ne esce: la risposta è in mano a un altro, e quell’altro non la sta dando. L’unica domanda che si può lavorare è diversa, ed è scomoda: perché la sua assenza mi toglie il terreno da sotto i piedi? Cioè: che cosa gli avevo delegato senza dirglielo? La conferma di valere? Il permesso di essere interessante? La sensazione di essere vista? Perché se una persona può togliermi il terreno andandosene, quel terreno non era mio. Era in affitto.

Ci aggrappiamo a qualcuno quando il mare si fa grosso, ed è giusto così, è quello che siamo, ma un’ancora ha un compito preciso: tenerci fermi finché serve. Se ci tiene fermi anche quando il mare è calmo e vorremmo ripartire, ha smesso di essere una salvezza. Ha cambiato nome.

In un mio romanzo un personaggio dice tre parole a una donna che sta impazzendo di domande: non interpretare, resta, respira.

Non è una tecnica. È l’unica cosa che ho visto funzionare davvero: smettere di dare un senso, per un po’, restare nel vuoto senza chiuderlo, senza spiegarlo, senza trasformarlo in fretta in una lezione — perché anche le lezioni troppo rapide sono un modo per non sentire. Il vuoto, se lo lasci stare, comincia a parlare da solo. Ma parla piano, e non parla mai dell’altro. Parla di te.

L’ultima cosa, che è anche un limite. «Fidarsi del vuoto» non significa aspettare in eterno e soprattutto, non significa chiamare crescita interiore quello che è stato, molto più semplicemente, essere lasciata.

Il tempo di sentire e comprendere, nel limite del possibile, se lo deve dare chi resta. Non un ultimatum da comunicare — un limite privato, deciso in silenzio: fino a qui aspetto, dopo di qui riprendo a camminare. Senza rancore, ma anche senza sconti. Perché l’assenza scava un corridoio, questo è vero, puoi chiamarlo perdita oppure soglia. Ma la differenza non la fa il corridoio, la fa se ci cammini dentro.