Quelle che scelgono
Le mie donne rinunciano spesso, e quasi mai per sacrificio. Rinunciano perché hanno guardato le due strade e ne hanno scelta una, sapendo cosa costava l'altra.
Il momento che mi interessa di più, in una storia, non è quello in cui il destino colpisce. È quello, molto più silenzioso, in cui una donna sceglie e poi tiene la scelta per anni senza lamentarsene.
In Una vita, il racconto più lungo del mio primo libro, due sorelle adolescenti si trovano con una madre paralizzata e nessun soldo, e decidono che una continuerà a studiare e l’altra andrà a lavorare a sedici anni. Non c’è retorica in quella pagina, c’è un’organizzazione: i turni, le notti, il treno delle sei per Milano, le bollette. Anni dopo la stessa donna si innamora di un uomo sposato e per dieci anni resta la sua amante, e quando arriva il momento in cui potrebbero mollare tutto e sparire insieme, sceglie di restare con la sorella. La frase con cui lo dice è la più dura che abbia scritto: ho preferito mia sorella a lui, la mia vita all’amore della mia vita. Non si pente e non si assolve. Ha scelto.
Questo è il tipo di donna che continuo a mettere al centro. Non quella che subisce e neanche quella che si ribella con un gesto plateale, ma quella che valuta, che sa che ogni strada esclude l’altra, e che si assume la parte di dolore che le tocca. Anche quando la scelta è tardiva, anche quando arriva dopo anni di immobilità. La protagonista del primo racconto della raccolta impiega dieci anni a capire che una relazione è finita, e poi la chiude in una sera. Luce, in La mia Itaca, impiega mesi a decidere se tornare a seppellire il passato o affrontarlo, e sa perfettamente che nessuna delle due opzioni è indolore.
C’è poi una forma di scelta che ho scoperto scrivendo e che mi è diventata cara: potare. L’ho detta con quella parola, presa dal giardinaggio, perché mi sembrava l’unica onesta. Ci sono legami che non sono fatti per durare in eterno, e arriva un momento in cui bisogna staccarsi, e non è detto che porre fine a un rapporto sia un male: eliminare i rami secchi aiuta a rigenerare il resto dell’albero. Le mie donne fanno questa operazione con enorme fatica, perché sono fedeli fino all’autolesionismo, e la fanno quasi sempre in ritardo, e quasi sempre si accorgono dopo qualche settimana di sentirsi più leggere e di non sentire alcuna mancanza.
C’è la scelta di perdonare, che nei miei libri non ha nulla a che vedere con il dimenticare. Perdonare, per le mie protagoniste, significa smettere di lasciare che una persona continui a decidere come si sentono. In La mia Itaca Luce si trova a un pranzo di famiglia davanti all’uomo che le ha fatto il male peggiore, e la scena non si risolve con un’accusa né con una scenata: si risolve con una donna adulta che constata di essere cambiata, di non provare più rabbia, e di poter tenere in mano un oggetto che apparteneva a quella storia senza tremare. È il finale meno spettacolare che potessi scrivere ed è l’unico che mi sembrava vero.
E c’è la scelta di lasciare andare qualcuno che si ama, che è forse la più difficile di tutte. In Mrs Moon le due donne, dopo una vita, si dicono ciò che avevano da dirsi e poi si separano, e la separazione non è una sconfitta: è la conseguenza logica dell’essersi finalmente chiarite.
Le mie donne, insomma, non aspettano che qualcuno le liberi. Nella maggior parte dei casi hanno accanto persone che vorrebbero aiutarle e che ne sono capaci, ma il momento decisivo lo attraversano da sole, in una stanza piccola, spesso di notte, quasi sempre piangendo. E poi si alzano e fanno la cosa che avevano deciso.