Tracciare il cerchio prima di entrare
In certi spazi non si entra perché la porta è aperta, ma perché qualcuno ci ha invitati.
Me lo sono sentita dire con una durezza che sul momento mi ha ferita: impara a tracciare il cerchio prima di entrare. Significa che prima si chiede permesso, si riconosce lo spazio dell’altro, e solo dopo si agisce. Che avesse ragione l’ho capito mentre me lo stava dicendo, e questa è la parte fastidiosa: quello che mi è costato non è stato comprendere la frase, è stato smettere di difendermi da una delle poche istruzioni davvero utili che mi siano state date sulle relazioni, consegnata per giunta da una persona che aveva tutte le ragioni per essere seccata con me.
Il gesto di delimitare uno spazio prima di compiere qualcosa dentro di esso è antichissimo e non appartiene a una sola tradizione. Prima di costruire si segnava il perimetro, prima di celebrare si definiva il recinto, prima di iniziare un lavoro delicato si separava quel pezzo di terra dal resto del mondo. Non serviva a tenere fuori qualcuno, questa è l’idea che ci siamo fatti dopo, quando abbiamo cominciato a leggere ogni confine come un’ostilità. Serviva a stabilire che lì dentro le cose valevano diversamente, che quel tratto di suolo non era intercambiabile con nessun altro, che quello che stava per accadere meritava un contenitore. Il cerchio non nasce contro l’esterno. Nasce a favore dell’interno.
Con le persone succede la stessa identica cosa, solo che il perimetro non si vede e quindi facciamo finta che non esista. Ognuno di noi ne ha uno, e la sua ampiezza non dipende dall’affetto ma da tutt’altro: da quanto siamo stati invasi in passato, da quanto ci è costato ricostruire l’equilibrio che abbiamo, dalla forma che ha preso il nostro modo di stare al sicuro. Ci sono persone che accolgono chiunque nell’anticamera e non fanno entrare nessuno oltre; e persone che aprono raramente la porta, ma quando la aprono ti portano dritto nella stanza più interna. Confondere le due cose porta a una quantità impressionante di malintesi affettivi.
La mia difficoltà non è mai stata rispettare i confini altrui per cattiveria, è stata non vederli. Sono una corrente d’aria: spalanco finestre, faccio volare i fogli, entro nelle stanze senza accorgermi che qualcuno stava dormendo. Il calore ha buona stampa e l’entusiasmo pure, e nessuno ti dice mai che l’affetto può essere una forma di invasione; me lo dicevo da sola, ogni tanto, ma la voce era bassa e le ragioni per non ascoltarla erano tutte lusinghiere. Invece può esserlo, e il fatto che l’intenzione sia buona non cambia nulla per chi lo riceve. Se io entro nel tuo spazio con le braccia piene di doni ma senza aver bussato, tu non stai ricevendo un dono: stai gestendo un’irruzione, e per giunta con il divieto morale di lamentartene, perché come si fa a protestare contro qualcuno che ti vuole bene.
Da quando ho capito questo ho un criterio che uso spesso, e che è quasi contabile. Prima di condividere qualcosa che riguarda un’altra persona, prima di dare un consiglio che nessuno mi ha chiesto, prima di fare una domanda che va più a fondo di quanto la conversazione autorizzi, mi fermo un istante e mi chiedo se ho tracciato il cerchio: se ho chiesto, se ho ricevuto un cenno, se lo spazio in cui sto per entrare mi è stato aperto o l’ho semplicemente trovato non chiuso a chiave. La differenza tra le due cose è tutto. Non ho smesso di sbagliare, sbaglio ancora, ma adesso me ne accorgo mentre lo sto facendo e non tre settimane dopo, quando l’altro si è già ritirato e io mi chiedo cosa sia successo.
Tracciare il cerchio, però, non riguarda soltanto il rispetto per gli spazi degli altri: riguarda anche il proprio, ed è qui che ho fatto la resistenza più lunga. Chi è abituato ad accogliere tende a lasciare la propria porta perennemente aperta, a non definire mai un perimetro, a considerare la disponibilità totale una forma di generosità; e poi si stupisce di sentirsi svuotato e attraversato, come una stanza di passaggio in cui tutti si fermano e nessuno resta. Non è generosità, quella. È mancanza di forma. E chi non ha una forma non ha niente da offrire, perché per dare qualcosa bisogna prima averla contenuta.
Le persone che rispettano i confini mi sembravano fredde. Adesso le riconosco per quello che sono: persone che sanno che alcune cose vanno protette per poter esistere. Una vicinanza costruita a piccoli passi, con permessi chiesti e concessi, regge molto più di una confidenza precipitosa. La seconda ci fa sentire straordinari per una sera e ci lascia il vuoto la mattina dopo, perché ci siamo consegnati a qualcuno che non aveva ancora fatto niente per meritarlo, e in fondo lo sappiamo entrambi.
Non entrare dove non si è stati invitati non è distanza. È una forma esatta di rispetto, forse la più difficile, perché richiede di aspettare senza sapere se la porta si aprirà. E quando si apre — se si apre — quello che c’è dentro vale infinitamente di più, proprio perché non lo abbiamo preso.