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Anna Valeria Frigerio

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Identità

Dire "no"

Il no è una misura di sé. E accanto al no ce n'è un altro, più difficile da pronunciare: non ho voglia.

Per anni il sì mi è venuto automatico. Un invito, un favore, una richiesta arrivata la sera con la formula tanto per te è veloce: dicevo sì e poi mi arrangiavo, tagliavo il mio tempo, spostavo le mie cose, e mi presentavo dove non volevo essere con il sorriso di chi ce l’ha fatta. Nessuno mi aveva costretta, ed è questa la parte scomoda: il sì automatico è una moneta con cui compriamo qualcosa, e io compravo soprattutto il sollievo di non essere il motivo per cui una persona restava male.

Il conto è arrivato tutto insieme, come arrivano i conti. Mesi in cui non concludevo niente di mio perché avevo distribuito le mie giornate in porzioni a chiunque le chiedesse, e un’irritazione sorda verso persone che non avevano nessuna colpa, perché non me lo avevano estorto: mi ero data io.

Dire di no significa dichiarare un confine, e un confine è la forma più concreta che abbia trovato per rispondere alla domanda su chi sono: non ciò che desidero, non ciò che dichiaro, ma dove finisco. Le persone che non riescono a dire di no non hanno un carattere debole, come si racconta con una certa superficialità: hanno un contorno incerto, e finché il contorno è incerto sono gli altri a disegnarlo.

Ma non ho imparato soltanto a dire no. Ho imparato anche a dire non ho voglia, che è una cosa diversa e in un certo senso più difficile, perché il no ha almeno l’aria di una decisione seria, mentre il non ho voglia sembra un capriccio e viene accolto come tale. Eppure sono parenti stretti, e a guardarli bene dicono la stessa cosa: che quella richiesta non trova posto in me adesso. La differenza è che il no si può motivare e il non ho voglia no, non ha argomenti da portare, non regge nessun contraddittorio, e per questo mi ha richiesto molto più coraggio. È il momento in cui smetto di negoziare con una ragione e dichiaro semplicemente uno stato.

Ho impiegato anni a capire che non ho voglia è una risposta legittima, e che chiederne conto è un’abitudine che abbiamo tutti e che nessuno mette in discussione. Non ho voglia di uscire stasera, non ho voglia di parlare di quella faccenda, non ho voglia di spiegare perché non ho voglia. Non significa che una persona non mi interessi, significa che in quel momento non ho la disponibilità interiore per esserci davvero, e presentarmi comunque, svuotata, sarebbe una forma di menzogna più scortese di un rifiuto.

Resta la parte che non si risolve, e non voglio far finta che si risolva: mi dispiace ferire le persone. Non è una posa, e non credo che si debba diventare insensibili per imparare a difendersi. Ogni no vero delude qualcuno, e chi cerca il no che non dispiaccia a nessuno sta soltanto cercando di dire sì con parole diverse. Quello che ho trovato non è una soluzione, è un equilibrio, ed è un equilibrio che va rifatto ogni volta da capo: da una parte il dispiacere che provoco, dall’altra quello che resta di me se continuo a dire sì. Non c’è una formula per stabilire dove si sposta l’ago, e chi la vende non ha mai avuto questo problema.

L’unica cosa che ho imparato è la direzione da guardare quando sono indecisa. Se dicendo sì tolgo qualcosa a qualcun altro — tempo, presenza, attenzione a chi conta — quel sì non è generosità, è una redistribuzione fatta male. Chi si spende con tutti finisce per non avere più niente per nessuno, e la persona che pagherà il conto non sarà quella che ha chiesto, sarà quella che non chiede mai.

La forma, poi, l’ho imparata presto: il no più solido è breve e non si giustifica. Ogni motivazione che aggiungiamo è un appiglio per negoziare, e chi vuole negoziare troverà il buco.

La sorpresa vera è stata che la catastrofe non è arrivata. Ho passato anni a temere una rovina relazionale che non si è verificata: qualcuno ha alzato le spalle, qualcuno ha chiesto a un altro, due persone si sono offese, e una di quelle due mi ha fatto capire, offendendosi, che il nostro rapporto stava in piedi soltanto grazie alla mia disponibilità. È stata un’informazione dolorosa e molto utile: certi legami non reggono al primo no perché non erano legami, erano accordi.

Non è mai diventato facile, e sento ancora quella scomodità di mezzo secondo prima di parlare. Ma ho capito che quel mezzo secondo è il prezzo intero: dopo, resta soltanto il tempo che mi sono tenuta.