Salta al contenuto
Anna Valeria Frigerio

← Tutti gli appunti

Identità

Dopo il viaggio

Partiamo pensando di dover trovare un posto. Torniamo scoprendo che il posto eravamo noi.

C’è una struttura che si ripete in tutte le storie di viaggio, dalle più antiche a quelle che ci raccontiamo a cena: uno parte, attraversa cose, e torna. La parte che ci piace raccontare è quella centrale, con le tempeste e le deviazioni; la parte che conta è l’ultima, e ha un dettaglio che quasi tutti trascurano. Chi torna non riconosce il posto. Il più famoso di tutti i viaggiatori, quando finalmente approda all’isola verso cui ha camminato per anni, non la riconosce: e non perché l’isola sia cambiata, ma perché è cambiato lui. È l’unica trasformazione che il viaggio produce con certezza, e nessuno può risparmiarcela.

Mi accorgo di scriverne da sempre, e di non averlo deciso. Ci sono temi che ritornano nella scrittura come ritornano nella vita, e non credo alla coincidenza: ritornano perché non sono ancora finiti, perché ogni volta che li attraversiamo ne comprendiamo un pezzo diverso, e perché quello che chiamiamo un cerchio, guardato meglio, è una spirale — si passa dallo stesso punto ma sempre a un’altezza diversa. Ogni inizio, in fondo, è soltanto un seguito.

Il ritorno è la fase più fraintesa di qualunque percorso. Ce lo immaginiamo come un premio, la quiete dopo la fatica, la poltrona dopo il cammino; è invece la fase in cui bisogna fare i conti, e sono conti in cui non ci aiuta nessuno. Le cose che avevamo lasciato sono esattamente al loro posto, immobili, e non ci stanno più: la casa è la stessa, le persone sono le stesse, le conversazioni riprendono da dove erano state interrotte, e c’è una stonatura che nessuno intorno percepisce e che non si può nominare senza sembrare ingrati. Chi è cambiato mentre gli altri restavano dove erano sa quanto quel momento sia solitario, e quanto poco assomigli a un arrivo.

C’è poi la questione del posto giusto, che ha tenuto occupata molta gente per molto tempo, me compresa: la convinzione che esista una città, una casa con la vista adatta, una vita meglio organizzata in cui finalmente si sentirebbe di essere arrivati. Si fanno liste, si guardano annunci immobiliari di paesi in cui siamo stati una settimana, si progettano trasferimenti che quasi mai avvengono. Chi ha viaggiato abbastanza arriva però a un’osservazione poco romantica e molto utile: nei posti che ama sta bene tre giorni, il quarto cerca un bar dove tornare, il quinto ha già i suoi orari e il suo tavolo. Non cerca il nuovo, ricostruisce casa dappertutto, con una velocità che quasi imbarazza. E questo significa che la casa non è il posto, non è mai stata il posto: è qualcosa che si porta addosso e che, ovunque, si monta come una tenda.

Questa scoperta cambia il senso delle partenze molto più di quanto sembri. Non si va via per scappare e non si torna perché la vacanza è finita, con quella malinconia della domenica sera: si va via per rendere di nuovo visibile ciò che l’abitudine ha coperto. L’odore della propria casa, per esempio, si sente soltanto nei due secondi in cui si rientra dopo un’assenza lunga — quel misto di legno, caffè, vernice e qualcosa di indefinibile che è soltanto nostro — e poi il naso si riabitua e sparisce fino al viaggio successivo. Vale la pena partire anche solo per quei due secondi.

Il ritorno che conta, comunque, non è geografico e non richiede valigie. È il momento in cui si smette di misurarsi con il paesaggio, con quello che fanno gli altri, con la vita che avremmo dovuto avere, e si riprende contatto con la propria misura. Ci sono persone che sono il nostro luogo più di qualunque indirizzo, e accorgersene è una forma di ritorno; ci sono giorni in cui rientriamo in noi stessi dopo anni di assenza, senza aver preso nessun treno, e quello è il viaggio più lungo che ho fatto.

Può accadere in un aeroporto, in cucina, alla fine di un anno difficile o in un martedì qualunque senza motivo apparente, e non ha nessuna delle caratteristiche che ci aspetteremmo: non c’è euforia, non c’è sollievo, non c’è la sensazione di aver vinto qualcosa. Si riconosce da una cosa sola, e chi l’ha provata almeno una volta non la confonde: la sensazione precisa, e piuttosto rara, di essere nel posto giusto senza aver bisogno di verificarlo.