Il nome
Il mio si legge uguale nei due sensi. Ci ho giocato per tutta la vita, e a un certo punto ho smesso di considerarlo un caso.
Il nome è la prima cosa che riceviamo e l’unica che ci accompagna dall’inizio alla fine senza che l’abbiamo decisa noi. Qualcuno lo ha scelto mesi prima di conoscerci, immaginando una persona che non esisteva ancora, e in quella scelta c’era un desiderio, un ricordo, a volte un debito con qualcun altro. Poi siamo arrivati noi e ci siamo dovuti adattare a un vestito cucito su misura per un’idea.
Il mio ha una particolarità che ho notato prestissimo, come la notano tutti i bambini a cui capita: si legge uguale da sinistra e da destra. Quattro lettere, due uguali al centro, e una simmetria che i quaderni delle elementari mettono subito in evidenza, perché è la prima parola che impariamo a scrivere e quella su cui torniamo mille volte. Ricordo di averlo scritto al contrario per verificare, con quella diffidenza dei bambini davanti alle cose troppo comode, e di aver trovato esattamente lo stesso nome. Non tornava indietro diverso.
Da lì è cominciato un gioco che non ho più smesso di fare. Contavo le lettere, le sommavo, le trasformavo in numeri, cercavo simmetrie nelle date, negli orari, nelle targhe; e ancora oggi, quando guardo l’orologio e trovo un’ora che si legge nei due sensi, la registro. Non ho mai creduto che questi giochi contenessero un destino, e diffido delle scienze che ricavano un carattere dalla somma di qualche cifra; ma ho sempre pensato che le persone che li fanno stiano cercando la stessa cosa, e cioè una conferma che il disegno esista, che le cose non siano buttate lì a caso.
Un palindromo, del resto, è una figura che dice qualcosa di preciso: è una cosa che torna al punto di partenza rimanendo identica a se stessa. Non è una linea, che va da qualche parte e non ritorna, e non è nemmeno un cerchio, che ritorna cancellando la direzione: è un andare e un tornare che coincidono. Ci ho pensato spesso, e mi ha stupita accorgermi che i temi che scrivo da anni sono esattamente questi — la partenza che è già un ritorno, il viaggio che riporta al punto in cui si era senza che quel punto sia più lo stesso. Non credo che il nome mi abbia fatta così. Credo però di avere passato la vita a girare intorno alla forma che mi avevano dato da scrivere.
Chi ha un nome comune e chi ha un nome con una particolarità conoscono due esperienze diverse dello stare al mondo, e la seconda si impara al primo giorno di scuola: c’è la pausa dell’insegnante, la battuta, la richiesta di ripeterlo, quella cosa fastidiosa e affettuosa insieme di dover spiegare qualcosa di sé prima ancora di aver detto una parola. Si capisce presto che il nome non è un’etichetta neutra: apre una conversazione al posto nostro.
Poi accade una cosa curiosa e che ho visto succedere a molte persone: a un certo punto il nome comincia a somigliarci. Non credo che sia il nome a formarci, e diffido delle teorie che leggono nel suono un carattere; credo piuttosto che sia un lavoro di reciproco adattamento, come le case vecchie che prendono l’odore di chi ci abita. Abbiamo passato decenni a rispondere a quella parola, a scriverla in fondo alle lettere, a sentircela chiamare da chi ci ama e da chi ci sgrida, e quella parola si è caricata di tutto questo fino a diventare non un’etichetta ma un contenitore.
Nella scrittura la questione dei nomi è così importante che a volte blocca tutto. Non riesco a far muovere un personaggio finché non ha il nome giusto, e quando lo trovo, spesso all’improvviso, quella persona comincia a comportarsi in modo coerente e a dirmi cose che prima non riusciva a dire. Non è superstizione da scrivania: il nome giusto contiene già il ritmo di chi lo porta, la sua origine, il modo in cui gli altri lo pronunceranno, e si sceglie meno per il significato che per come suona nella bocca degli altri personaggi. Un nome sbagliato produce una figura di cartone, per quanto bene la si descriva.
C’è poi la faccenda dei nomi che ci danno gli altri, che sono i più rivelatori di tutti. I diminutivi in famiglia, i soprannomi degli amici, il modo in cui una sola persona al mondo ci chiama e che nessun altro potrebbe usare senza sembrare fuori posto. Dicono, più del nostro, quello che siamo stati per qualcuno, e per questo fanno male quando quella persona non c’è più: nessuno ci chiamerà più in quel modo, e con quel suono sparisce anche una versione di noi che esisteva soltanto dentro quel rapporto.
E ci sono i nomi che ci diamo da soli, l’unica parte che dipende da noi: la firma che scegliamo, la forma abbreviata o completa a seconda di chi abbiamo davanti, quel piccolo aggiustamento che facciamo tutti tra il nome dei documenti e il nome della vita.
Il mio, comunque lo giri, resta quello. Ci ho messo molti anni a capire che non era una curiosità da quaderno, ma un promemoria: si può fare tutto il giro e ritrovarsi al punto di partenza, e non è affatto un fallimento.