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Anna Valeria Frigerio

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Identità

L'ombra

Non è la parte cattiva di noi: è la parte che non abbiamo il permesso di essere.

C’è una zona di noi che non mostriamo, e non parlo dei segreti, che sono un’altra faccenda e riguardano i fatti. Parlo delle qualità che abbiamo scartato, delle reazioni che ci siamo vietati, dei desideri che abbiamo giudicato inadatti alla persona che avevamo deciso di diventare. Quella zona non sparisce per il fatto che non la guardiamo: continua a esistere al buio, cresce indisturbata, e prima o poi si fa sentire, in genere nel momento peggiore e nel modo più goffo possibile.

L’errore più comune è considerarla la parte cattiva. Non lo è, o non solo: nell’ombra finisce tutto quello che non ha trovato posto nell’immagine che abbiamo costruito, e in quell’immagine, di solito, non c’è spazio né per la nostra durezza né per la nostra tenerezza, a seconda di che tipo di persona ci hanno insegnato a essere. Chi è cresciuto dovendo essere sempre forte tiene al buio la propria fragilità; chi è cresciuto dovendo essere sempre gentile tiene al buio la propria rabbia, e la rabbia tenuta al buio per trent’anni non diventa mite, diventa esplosiva.

Il meccanismo, del resto, non nasce da un difetto: nasce da un adattamento intelligente. Da bambini impariamo molto presto quali nostre parti vengono accolte e quali provocano freddezza, e con una precisione che nessuno ci ha insegnato mettiamo da parte le seconde. Non è vigliaccheria, è sopravvivenza affettiva, e in quel momento funziona. Il problema è che quella selezione, fatta a sei anni per stare al mondo dentro una famiglia, continua a essere applicata a quarantacinque dentro una vita completamente diversa, da una persona che nel frattempo è cambiata e che non ha mai rivisto i criteri.

Il modo più semplice per accorgersi di quello che abbiamo lasciato indietro è guardare cosa non sopportiamo negli altri, e non parlo dell’antipatia normale, che passa in mezz’ora. Parlo di quella reazione sproporzionata che ci resta addosso per giorni, che raccontiamo a tre persone diverse cercando conferme, che ci tiene occupati in discussioni immaginarie: è la spia più affidabile che esista, e indica quasi sempre un tratto che ci siamo proibiti e che vediamo agire liberamente in qualcun altro. Il fastidio non nasce dal fatto che quella persona sia sbagliata, ma dal fatto che si permetta qualcosa che noi ci siamo negati.

Nei miei romanzi ho lavorato molte volte su questo passaggio, perché è il momento in cui una storia diventa interessante: non quando la protagonista incontra un ostacolo, ma quando incontra qualcuno che le mostra un pezzo di sé che aveva sepolto. Da fuori sembra un conflitto tra due persone, e invece è un conflitto interno che ha finalmente trovato un interlocutore. È per questo che certi incontri ci scuotono in modo sproporzionato rispetto a quello che accade davvero: non stiamo litigando con l’altro, stiamo litigando con quello che l’altro rende visibile.

C’è un secondo segnale, meno noto del primo e altrettanto affidabile, ed è quello che compare quando siamo molto stanchi. Le parti che teniamo al buio hanno bisogno di energia per essere tenute lì, e quando l’energia manca — dopo una giornata pesante, in un periodo difficile, nelle sere in cui abbiamo dato tutto — escono da sole. Le frasi che ci scappano quando siamo esausti, quelle di cui ci vergogniamo il giorno dopo e che liquidiamo dicendo che non eravamo noi, sono al contrario molto nostre: sono la parte che di solito teniamo chiusa e che ha approfittato di una porta lasciata aperta.

La parte scomoda è che l’ombra non si elimina, e chi ci prova ottiene soltanto di spingerla più giù. L’unica cosa che ho visto funzionare è un movimento diverso e molto meno eroico: riconoscerla, darle un nome, concederle una quantità minima di spazio alla luce. Chi ammette di essere capace di durezza diventa meno duro, non più, perché quella durezza smette di dover uscire di soppiatto. Chi ammette di essere capace di invidia diventa più leale, perché non deve più difendersi dall’idea di provarla. Le cose che riconosciamo si comportano bene; quelle che neghiamo agiscono da sole.

Riconoscere, però, non significa agire. È una distinzione che mi sembra decisiva e che viene saltata continuamente, come se accettare la propria rabbia autorizzasse a scaricarla addosso a qualcuno. È il contrario: soltanto una parte riconosciuta può essere governata, mentre una parte negata governa noi, e sceglie da sola il momento e il bersaglio, che sono quasi sempre i peggiori possibili.

C’è anche un’ombra luminosa, e di questa si parla ancora meno. Sono le qualità che abbiamo lasciato al buio perché non ci sembravano permesse: il talento che non abbiamo coltivato per non sembrare presuntuosi, il desiderio che non abbiamo dichiarato per non essere ridicoli, l’ambizione che abbiamo camuffato da disponibilità. Anche quella parte preme, e si riconosce dall’ammirazione smodata: le persone che mettiamo su un piedistallo ci stanno tenendo in custodia qualcosa di nostro, e finché resta lassù non lo riprendiamo. Ho l’impressione che questa seconda ombra faccia più danni della prima, perché nessuno ci aiuta a vederla: della nostra cattiveria ci avvisano tutti, della nostra grandezza non ci avvisa nessuno.

Guardare in quella direzione non rende migliori, e chi lo fa per diventare migliore smette presto, perché il ritorno immediato è scarso e il disagio è certo. Rende però una cosa più difficile: gli alibi. E toglie una fatica di cui ci accorgiamo solo dopo, quella di sorvegliare ventiquattro ore al giorno una parte di noi che non ha mai fatto nulla per meritarsi quella prigionia.

Siamo interi, anche quando preferiremmo essere soltanto la nostra parte presentabile.